luciano malusa

Tra vita e ricerca

I miei primi sessant'anni dedicati alla ricerca

Indice

 1. Cosa ci si deve attendere da questa specie di autobiografia

 2. Le mie scuole, ossia: non posso esibire il mio grande Liceo di provenienza

 3. Confesso i miei handicap scolastici

 4. Verso la filosofia, ma con prudenza

 5. La "mia" Università è stata e resta sempre Padova

 6. I miei professori di Padova

 7. I filosofi di Padova che per me contarono: Carlo Giacon involontario "antagonista" di Marino Gentile

 8. La mia laurea mi fortificò in filosofia, ma non fu un momento cruciale della mia formazione

 9. Gli esordi della mia carriera universitaria (tra scuola e assistentato volontario)

10. Matrimonio, figli, ed … Istituto di Filosofia!

11. Conseguo il posto di assistente di ruolo alla cattedra di Storia della filosofia

12. I filosofi di Padova che per me contarono: Giovanni Santinello

13. La storiografia filosofica a-teoretica di Santinello

14. L'esperienza nella preparazione del volume III della Storia del pensiero occidentale

15. Il progetto santinelliano per la storia delle storie generali della filosofia si avvia: si costituisce una "scuola storiografica padovana"

16. Scelgo di studiare innanzitutto la storia del pensiero italiano

17. Una tragedia modificò la mia vita

18. Le ricerche sul neotomismo

19. La prima occasione per affrontare lo studio di Rosmini e della "questione rosminiana"

20. Porto la mia casa a Genova, e ricostituisco una famiglia

21. Il trasferimento accademico alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Genova

22. Le conseguenze dello spostamento del mio baricentro in Liguria: l'impegno nella Società filosofica italiana

23. La Presidenza della Società filosofica italiana

24. L'impegno nella formazione dei docenti di Filosofia

25. L'ulteriore impegno nelle ricerche sul pensiero di Rosmini

26. Lo studio del pensiero di Rosmini tra apologetica, scolasticismo e dimensione storico-filologica

27. Dall'Archivio di Stresa agli Archivi vaticani

28. Gli studi sulla storia del cattolicesimo nell'Ottocento e sulle "condanne" della Chiesa

29. Dall'utopia all'identità europea

30. La mia partecipazione al dialogo interreligioso tra i paesi del Mediterraneo

31. Il senso di quarant'anni di studi storici. I presupposti del credente e la metodologia dello storico

32. Assolutezza del vero e relatività delle scelte umane

33. Poche parole di congedo

1. Cosa ci si deve attendere da questa specie di autobiografia  ritornaIndice (1K) 

Spero sia di una certa utilità per il visitatore di questo sito, progettato per fare conoscere parecchie cose che riguardano il sottoscritto, la sua vita, i suoi familiari ed i suoi amici, che io mi presenti, o meglio che presenti più di quarant'anni dedicati allo studio della storia della filosofia e delle idee. Inizierò a parlare di me dall'infanzia, e poi degli studi; infine del mio discepolato presso l'Università di Padova, alle scuole di Carlo Giacon e Giovanni Santinello. Deliberatamente ho lasciato sullo sfondo le vicende familiari che si sono intrecciate con la mia carriera di studioso. Molto avrei da dire (e confessare) sui miei cari e sull'aiuto che mi hanno dato anche nel crescere intellettualmente e nel lavoro scientifico. Mi astengo dal farlo per ora, convinto della necessità di riservatezza. Forse, andando verso il tramonto della mia vita, troverò il coraggio della sincerità ad ogni costo e dirò del mio rapporto con le persone che mi sono state care e dei legami che ho avuto autenticamente con esse.

2. Le mie scuole, ossia: non posso esibire il mio grande Liceo di provenienza  ritornaIndice (1K) 

Sono nato a Verona il 21 marzo 1942 da Alberto Malusa e Giuseppina (Emma) Angelini. Ero il primo di tre fratelli. Mio padre era Geometra al Genio Civile di Verona (lavoratore metodico, onestissimo); mia madre era Insegnante elementare (vera docente dei tempi andati: comprensiva, dolce, geniale). Ho abitato a Verona dalla nascita.

Della seconda guerra mondiale, nel corso della quale sono nato, conservo qualche nebuloso ricordo: il periodo di "sfollato" in campagna (San Pietro di Lavagno), il rifugio sotterraneo per sfuggire ai bombardamenti alleati (cantina con ampie botti), le tute mimetiche dei soldati tedeschi in ritirata nell'aprile 1945, il carretto con cavalli che portava le nostre masserizie alla fine della guerra, al rientro in Verona.

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Papà e mamma felici pensionati, sul Lago di Garda (intorno al 1980).

I miei genitori, vedendomi piuttosto precoce in parecchie cose, fisicamente (ero un bambino piuttosto sviluppato per la mia età), e intellettualmente (avevo imparato a leggere tutto da solo), mi hanno iscritto a scuola in anticipo (ottobre 1947). Ho frequentato quale privatista la prima classe presso le suore dell'Istituto "Don Pietro Leonardi" di Verona; poi sono passato alla scuola elementare di Stato "Gregorio Segala". In Verona allora abitavo in via Fabio Filzi, 15, presso l'Arena, a due passi dalla Piazza della Bra, il "salotto" dei veronesi. Di conseguenza d'estate mi godevo gli spettacoli lirici areniani.

In fatto di musica, le mie preferenze sono andate tuttavia presto alla musica strumentale cameristica ed alle sinfonie; per terza viene la preferenza per la musica lirica. Mia madre volle farmi studiare il pianoforte, che possedeva, e che suonava bene: la accontentai e per quattro anni, all'Istituto Magistrale, lo studiai come disciplina facoltativa. Terminata quella parentesi non continuai a cimentarmi in un'arte bellissima, ma in cui mi sentivo mediocre. Rimase la preferenza per i brani strumentali, violino e pianoforte in primis.

Ho frequentato la scuola media di Stato "Vittorio Betteloni", e mi sono iscritto all'età di tredici anni all'Istituto Magistrale di Stato "Carlo Montanari", lo stesso Istituto veronese che aveva frequentato mia madre per diventare insegnante. Mi è sempre piaciuto insegnare ed occuparmi di scuola: in questa aspirazione ha influito potentemente mia madre. La scelta di una scuola forse poco adatta ad un maschietto, nasceva dal desiderio di apprendere discipline che mi sarebbero servite per stare nella scuola come docente.

Confesso che la scelta, dopo la scuola media, dell'Istituto magistrale (quadriennale per giunta) era dettata anche dal fatto che tale iter scolastico superiore non era percepito come impegnativo. I miei genitori temevano un naufragio se io avessi affrontato un Liceo: non potevano permettersi, per i bilanci familiari piuttosto precari (papà e mamma erano due impiegati statali, laboriosi e coscienti), degli insuccessi. Il pensiero di mia madre era che io avrei potuto fare la carriera dell'insegnante elementare, oppure, al più, del professore di scuola media. Io ero d'accordo.

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Mio padre, Alberto Malusa (1906 - 1997) ormai ottantenne

3. Confesso i miei handicap scolastici  ritornaIndice (1K) 

Il mio più serio handicap scolastico è stata la scarsa disponibilità a capire la Matematica. Mi è toccato sostenere gli esami di riparazione autunnali in quella materia tanto per l'esame di ammissione alla scuola media, quanto nei due primi anni della scuola media stessa. Mi è toccato cioè di essere rinviato varie volte agli esami di settembre (che allora c'erano per tutte le scuole di ogni ordine e grado). Pure nei primi due anni dell'Istituto Magistrale ho dovuto studiare all'estate la Matematica, per riparare a certe lacune. Preferivo ovviamente alla Matematica la Storia e la Geografia. Nelle classi di scuola elementare, ed alla media, mi piazzavo presso le grandi carte geografiche appese alle pareti e non distoglievo da esse lo sguardo, attirandomi sovente rimbrotti degli insegnanti. Con il Latino ho avuto un iniziale conflitto, sopito poi dopo la seconda media, e divenuto amicizia alle Magistrali.

All'esame di Licenza media, però, mi sono riscattato, ed ho avuto, come voto finale, sette in Matematica. Del resto la media di tutti i miei voti fu sette. Ho ottenuto un risultato così convincente per gli insegnanti di quella scuola, che nel giudizio che allora scrissero per un consiglio circa l'iscrizione alla scuola superiore, affermarono che potevo frequentare anche una scuola «di indirizzo scientifico». Sospetto che tale brillante risultato della licenza media sia stato dovuto alla bravura del mio professore di Matematica della terza media, che mi introdusse all'Algebra con molta accortezza, e me la fece pure godere (udite! udite!). Questo professore così bravo era Fulvio Arcangeli, che poi sarà mio caro collega nell'Università di Verona, essendo egli poi divenuto titolare di cattedra di Matematica finanziaria nella Facoltà di Economia e Commercio. La riprova della fondatezza della mia ipotesi che l'amore riportato per l'Algebra si dovesse esclusivamente alla personalità di Arcangeli sta nel fatto che alle Magistrali ripresi a mostrare qualche difficoltà di comprensione matematica.

In verità avevo facilità per lo scrivere in lingua italiana (anche se incorrevo in parecchi errori d'ortografia), ed amavo scrivere per conto mio dei romanzi, nella cui stesura ed illustrazione mi esaltavo. Mia zia Rosetta, la cara sorella di mia madre, ha conservato presso di sé parecchi di quei romanzi (genere: romanzo storico e d'avventura, alla Salgari, con corsari, pirati, Signori e condottieri del medioevo italiano in primo piano). Ora sono ritornati in mio possesso. Confesso che invidio quei colleghi che, dopo le affermazioni accademiche, si sono lanciati a scrivere romanzi, con buoni risultati (vedi il caso di Umberto Eco, e, con minore efficacia, di Stefano Zecchi). Non ho mai riprovato a scrivere romanzi, dopo l'ubriacatura infantile, ma confesso di non avere fiducia nelle mie capacità di costruire intrecci convincenti, bene strutturati.

4. Verso la filosofia, ma con prudenza  ritornaIndice (1K) 

A sedici anni mi divenne chiara la consapevolezza che studiando con cura e sistematicità potevo evitare le difficoltà di certe rimandature. Ho iniziato a studiare pure la Matematica. Via via che studiavo mi sentivo attratto dalla complessità e dalla maestosità delle problematiche filosofiche. Nel contempo mi appassionavo vieppiù alle vicende della storia. Sono sempre stato un divoratore di saggi storici.

Il mio professore di Filosofia e Pedagogia all'Istituto Magistrale era Michele Lecce, figura particolare di studioso. Aveva la libera docenza in Storia delle dottrine politiche e teneva i suoi corsi liberi in una qualche Università (non ho mai saputo quale fosse). Era austero, secco nelle spiegazioni. Aveva una visione laica della vita; era stato militante nel Partito d'Azione. Aveva creato una piccola casa editrice di testi scolastici, e soprattutto di testi di filosofia, "La Scaligera" (poi divenuta "Michele Lecce Editore"). Nelle collane da lui pubblicate c'erano testi classici, curati da ottimi docenti secondari ed universitari, come Mario Dal Pra. Il manuale di filosofia che adottava era il suo, da lui pubblicato (Docere, si intitolava): allora si poteva infliggere ai propri alunni il frutto delle proprie fatiche (e magari guadagnare qualcosa in pecunia per questo). Il testo non mi entusiasmò, ma non cercai altro surrogato. Vidi e lessi i manuali "paralleli" di Giovanni Giulietti (sull'amicizia contratta con lui dirò più avanti) e di Eustachio Paolo Lamanna. Tuttavia confesso che prima dell'Università non lessi mai alcuna opera di grande filosofo, ove si eccettuino quelli obbligati dai programmi (le Confessioni e il De Magistro di Agostino, e alcuni testi di pedagogisti).

5. La "mia" Università è stata e resta sempre Padova  ritornaIndice (1K) 

All'Abilitazione Magistrale (si chiamava così allora la Maturità per le Magistrali) ebbi la media dell'otto (sono orgoglioso del nove riportato in Filosofia, Geografia e Storia) e mi convinsi che potevo aspirare agli studi universitari nella Facoltà di Magistero. Avevo solo 17 anni, ma ero pieno di entusiasmo e determinazione. Scelsi di studiare a Padova, dopo aver accarezzato l'idea di iscrivermi all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Decisi per Padova perché l'iscrizione alla Cattolica costava di più. Milano inoltre era più lontana di Padova con il trasporto ferroviario.

Alcuni sacerdoti, amici di famiglia, dissero a mia madre che, anche se non mi iscrivevo alla Cattolica, la mia fede sarebbe stata salva. Nella Facoltà che intendevo frequentare, cioè il Magistero di Padova, c'era infatti un indirizzo speculativo che era compatibile con la fede cristiana della mia famiglia. Di certo quei sacerdoti si riferivano ai docenti Giacon e Gentile, ed in genere alla prevalenza a Filosofia ed a Pedagogia di docenti cattolici. A me di questi indirizzi allora non interessava molto, per la verità: volevo studiare e imparare, consapevole che con i quattro anni delle Magistrali avevo imparato poco. Sarei andato volentieri alla Cattolica, perché colà si studiava meglio la filosofia (in fondo la Cattolica era nata dalla «Rivista di filosofia neoscolastica» di Gemelli e Masnovo) e con maggiore organicità. Mi "accontentai" di Padova. Ora, a conti fatti, non cambierei, per la mia formazione, Padova con la Cattolica di Milano. Padova è stata veramente per me la sede universitaria più adatta alla mia maturazione filosofica.

Educato cattolicamente da mia madre e mio padre ebbi una fede ad alti e bassi. Restai legato sempre alla mia parrocchia, all'Azione cattolica ed alla FUCI, nel periodo degli studi universitari. Inoltre, quando fui insegnante elementare, partecipai abbastanza strettamente alle attività dell'AIMC (Associazione italiana maestri cattolici), sul cui bollettino esordii come scrittore con alcuni articoli, di cui non ricordo più neppure il tenore. La passione per gli studi filosofici in me si legava di certo con la passione per gli studi religiosi. Tuttavia credo di essermi accostato alla religione cristiana in un certo senso "laicamente": infatti non ebbi mai spiccate preferenze per liturgie o per forme particolari di spiritualità o di devozione (non feci mai in parrocchia il "chierichetto"). Il cattolicesimo mi attraeva perché religione organica, e soprattutto per i contenuti speculativi che esibiva. Iniziai a comprendere meglio gli aspetti rituali e liturgici del cristianesimo, o, meglio, del cattolicesimo, soltanto molto avanti nella mia esistenza, quando capii il valore simbolico e psicologico dei essi per la comunità dei credenti e dei rendenti in Cristo. Occorre, insomma, meglio capire il ruolo della venuta di Cristo nel mondo e del suo Sacrificio per meglio capire gli aspetti positivi ed essenziali di quello che direi il riferimento simbolico costante della Chiesa-istituzione od apparato (di per sé elemento non entusiasmante di una religione).

Ebbi una borsa di studio dell'ENAM (l'ente di assistenza per gli insegnanti elementari, cui mia madre era iscritta) per i quattro anni degli studi universitari, grazie alla mia media di Abilitazione Magistrale ed al mantenimento di una media elevata di voti universitari. I miei genitori potevano respirare. Non ero a loro totale carico. Davo inoltre lezioni private di italiano e latino ai ragazzini, e guadagnavo qualcosa. Insegnai anche, al terzo anno d'Università, in una scuola privata in cui si facevano corsi di recupero per studenti irregolari, pluribocciati ed alla ricerca di recupero di anni perduti (pessima esperienza, ma raggranellai qualcosa).

Mi gettai a capofitto negli studi universitari a Padova, iniziando a frequentare le lezioni del corso di laurea in Pedagogia, presso la Facoltà di Magistero. Questa allora era considerata la Facoltà di serie B per i diplomati alle Magistrali, che reclutava insegnanti considerati pure di serie B, cioè insegnanti di Lettere nelle Medie o di discipline letterarie nella Scuola secondaria superiore. Solo con la trasformazione in Facoltà di Scienze della Formazione questa Facoltà ha pienamente assunto la fisionomia, che allora mostrava appena, di Facoltà di scienze umane. Allora il Magistero era considerato una Facoltà di Lettere dimidiata, talvolta una caricatura di essa. Tra le diverse Facoltà di Padova il Magistero era buona ultima. Gli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia consideravano i loro vicini colleghi del Magistero con una certa condiscendenza. Non c'era, no, disprezzo. Ma c'era la consapevolezza di appartenere ad un altro mondo. Non parliamo del giudizio dei compagni delle Facoltà scientifiche.

6. I miei professori di Padova  ritornaIndice (1K) 

Dopo i primi due anni di frequenza e di esami regolari nell'Università, mi presentai al Concorso magistrale del 1962 e lo vinsi. I maschietti aspiranti maestri erano pochi ed allora addirittura avevano dei posti a loro riservati. Scelsi con tranquillità un posto in una scuola elementare di Verona. Avevo poco più di vent'anni quando, il 1° ottobre 1962, varcai la soglia della scuola elementare "Luigi Dorigo" del quartiere di San Michele Extra, la stessa scuola in cui mia madre aveva insegnato per quindici anni circa. Non era più un caso se io ripetevo praticamente i passi di mamma. Qualcosa mi legava profondamente alla sua personalità. C'era una sola differenza: mia madre era riuscita a trasferirsi in quella scuola a trent'anni anni di età e con dieci di servizio. Io prendevo il mio primo servizio in una scuola cittadina. In virtù della solenne ingiustizia che favoriva gli insegnanti maschi con una riserva di posti per loro in scuole cittadine (le "quote azzurre") mia madre aveva potuto avere un posto in una scuola cittadina (di periferia) dopo aver girovagato per la provincia di Verona, in sedi disagiate, per dieci anni.

Continuai i miei studi degli ultimi due anni di Pedagogia a Padova, pur potendo ora frequentare poco le lezioni. Ma avevo fatto quasi tutti gli esami e mi restava praticamente da rifinire la mia preparazione, che cercavo fosse accurata. Ci tenevo a colmare le lacune della mia carriera scolastica di soli quattro anni nelle superiori. Fui aiutato dalla qualità dei miei professori. Al Magistero di Padova, infatti, insegnavano ottimi docenti, perché il loro reclutamento non era fatto sulla base delle gerarchie di Facoltà, ma a seguito di politiche accademiche piuttosto complesse, a livello nazionale. In tal modo, anche a Padova, ottimi insegnanti anche di Filosofia erano destinati alle cattedre presso il Magistero, in concorrenza con i colleghi della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Al Magistero, per le discipline letterarie e storiche, c'erano gli stessi professori che aveva Lettere (molti insegnamenti erano mutuati da quella Facoltà) e, in più, alcuni titolari di discipline specificamente della Facoltà. In tal modo sono stato allievo di brillanti docenti di Lettere come Alfonso Traina e Pietro Ferrarino, per la Letteratura Latina; Lino Lazzarini e Vittore Branca, per la Letteratura Italiana; Enea Balmas, per la Letteratura Francese; Paolo Sambin per la Storia medievale (poi divenuto caro amico); Federico Seneca per la Storia moderna; Camillo Semenzato per la Storia dell'arte medievale e moderna. Il mio docente di Filosofia (teoretica) fu Umberto Antonio Padovani, che proveniva dall'Università Cattolica del Sacro Cuore e che si era trasferito a Padova, a Lettere, da poco (dicevano per contrasti con i professori di quell'Ateneo). Era malato e non riusciva a tenere regolarmente le sue lezioni. Agli esami suoi (che davano tanto gli studenti di Lettere quanto quelli di Magistero) non fui mai interrogato da lui. In compenso ottimi erano i suoi assistenti: Franco Chiereghin ed Ezio Riondato, poi miei colleghi.

7. I filosofi di Padova che per me contarono: Carlo Giacon involontario "antagonista" di Marino Gentile  ritornaIndice (1K) 

Ebbi come docente di Storia della filosofia Carlo Giacon, uno dei pochi professori cattedratici italiani che fosse gesuita. Era titolare al Magistero. Professava il tomismo in maniera piuttosto serena e teneva corsi universitari dedicati ai vari passaggi del pensiero moderno che avevano segnato l'abbandono graduale dello studio di San Tommaso. Egli insegnava avendo quali colleghi di Facoltà Giuseppe Flores d'Arcais (Pedagogia) e Fabio Metelli (Psicologia), docenti di cui sono stato allievo in misura particolare (di Flores d'Arcais seguii due corsi). Ebbi anche come docente Guido Petter, per la Psicologia dell'età evolutiva (che allora insegnava come incaricato). Flores d'Arcais era cattolico, ma il gossip lo dava per tombeur de femmes: in ogni caso era un esempio di docente pedagogista aggiornato, brillante, di successo, ma piuttosto verboso. Meglio e incisivo e convincente di lui era il pedagogista vicentino cattolico Marcello Peretti, che frequentai come mio primo docente ininterrottamente da gennaio a maggio del 1960. Metelli era uno dei fondatori della Psicologia sperimentale in Italia, allievo di Benussi: era laico, serissimo. Ricordo il suo esame come uno dei più compiuti. Sua moglie, Carmela Di Lallo era militante nell'ala laica dei pedagogisti: non ebbi però il tempo di frequentare le sue lezioni di Psicopedagogia.

Alla Facoltà di Lettere e Filosofia il cattedrattico di Filosofia teoretica, che pure teneva l'insegnamento di Storia della Filosofia, era Marino Gentile, esponente di una scuola filosofica che lui definiva "classica". Gentile a Lettere si riteneva il dispensatore di un verbo filosofico-umanistico, in cui la filosofia appariva la scienza dell'incontrovertibile e del razionale. L'impostazione metafisica classica di Gentile non intendeva rifarsi a San Tommaso, bensì ad Aristotele e Platone, intesi come i massimi filosofi dell'umanità (un qualche spazio era dato ad Hegel, interpretato secondo le tendenze della destra). Il contesto cristiano della filosofia classica appariva a Gentile rilevante, ma ancor più rilevante era la filosofia del principio di non contraddizione, come elemento fondante della scientificità della filosofia. Gentile era in un certo senso un emulo di Gustavo Bontadini. Ma ho scoperto parecchi anni dopo che lo era. Non si diceva questo a Padova: mai.

Più affidabili come docenti di discipline filosofiche della Facoltà di Lettere di Padova erano Carlo Diano, Ezio Riondato, ed i giovani Franco Chiereghin ed Enrico Berti (assistenti di Gentile). Pur ammirando Forma ed evento, il capolavoro di Diano, dedicato alle caratteristiche fondamentali dell'animo dei Greci, non ho seguito i suoi corsi. Ho seguito le lezioni di Riondato per la Storia della filosofia antica, ed ho sostenuto (nel 1963) quell'esame in cui in commissione era Berti, pronto a partire perché aveva vinto giovanissimo la Cattedra di Storia della filosofia di prima fascia (ma allora si diceva "ordinariato"). Ho pure seguito, e con profitto, il corso di Estetica di Giuseppe Faggin, il noto studioso del neoplatonismo e dintorni, che però insegnò in Padova solo un anno.

foto di Carlo Giacon

Il padre Carlo Giacon (1900-1984). Il suo ritratto si può trovare in: www2.regione.veneto.it/cultura/archivi-storici/inlocale-pd6-htm

Il mio maestro Carlo Giacon, tranquillo e sereno gesuita e tomista, riteneva che i capisaldi metafisici stessero nella dottrina della potenza e dell'atto, che rendeva possibile giustificare assieme movimento e assolutezza dell'essere. Non accettava che il principio di non contraddizione divenisse il principio per eccellenza della metafisica, travalicando da principio logico-conoscitivo a principio metafisico. Egli lo intendeva come uno dei primi principi dell'intelletto, cui la mente perveniva con un'immediata riflessione, e che permetteva quindi di arrivare alla dottrina metafisica del concreto: atto e potenza, essenza ed esistenza erano i principi basilari del sapere filosofico. Rispetto alla scuola di Bontadini, cui Gentile si allineava, Giacon preferiva attenuare l'incontrovertibilità del discorso filosofico, facendolo consistere nell'analisi dei primi principi metafisici, e nello sviluppo concreto delle dimostrazioni che di volta in volta l'indagine filosofica doveva fare. Capii questa posizione piuttosto tardi nella mia vita. Allora Giacon soccombeva in fama e in credibilità di fronte alla "retorica dell'incontrovertibilità" di Marino Gentile. Scopersi poi che era invece molto meglio la metafisica come continuo impegno di analisi e ricerca piuttosto che il discorso breve alla Bontadini, imitato dai "metafisici classici" padovani (che poteva anche portare a qualche inconveniente, come poi accadde con l'interpretazione di Emanuele Severino).

8. La mia laurea mi fortificò in filosofia, ma non fu un momento cruciale della mia formazione  ritornaIndice (1K) 

Seguii Giacon nei due corsi che mi impartì di Storia della filosofia (uno dedicato al razionalismo moderno, e l'altro a Rosmini) e nel corso di Storia della filosofia medievale (dedicato ad Avicenna e Tommaso). Come Peretti in Pedagogia così Giacon fu il mio primo docente al Magistero per una disciplina filosofica (lo seguii dal gennaio al maggio 1960, ed anche ai corsi estivi che Padova teneva in Bressanone). Era pacato, e procedeva da vero scolastico. Si teneva piuttosto sul semplice, con un un linguaggio metafisico piuttosto lineare. Mi incuteva un certo rispetto e timore: quando divenni suo assistente capii che era riservato perché sostanzialmente era rimasto un timido.

Siccome Giacon lasciava ai suoi assistenti la spiegazione della storia della filosofia generale, mi feci consigliare qualche buon manuale di storia generale. Fiorenzo Viscidi, che allora faceva la spiegazione dei manuali, mi consigliò la classica storia della filosofia di Wilhelm Windelband (pubblicata in traduzione italiana per la Sandron di Palermo). Mi acquistai anche i tre volumi della Storia della filosofia di Nicola Abbagnano (che era appena uscita in seconda edizione). Furono questi due i testi per la mia preparazione generale.

Mi laureai con padre Giacon, avendo io scelto quale argomento per la dissertazione un pensatore francese contemporaneo che non era classico, ma al contrario propendeva all'idealismo: Léon Brunschvicg. Il capitoletto che trattava di lui sull'Abbagnano mi era sembrato buono. Giacon mi lasciò fare ed affidò a Viscidi, divenuto suo assistente ordinario, la conduzione pratica del lavoro di tesi. Fui lasciato libero di gestirmi il lavoro, che feci con entusiasmo. Sfornai una tesi abbastanza lunga e complessa sulla "visione della storia in Brunschvicg". Mi ero lasciato suggestionare dal tema della storia, dal dinamismo di questa tematica, considerando che il filosofo francese in questione era uno storicista. Il tomismo era finito in un angolo. Mi stavo invece per appassionare alle tematiche dello spiritualismo cristiano che mi erano divulgate dai libri di Michele Federico Sciacca (La filosofia oggi soprattutto). Il lavoro su Brunschvicg è rimasto comunque senza sviluppo, perché non ho più scritto nulla su questo autore, che ho studiato per almeno due anni con impegno.

All'esame di tesi, che si tenne il 2 luglio 1964, presi 110/110 e la lode. Giacon apprezzò molto il mio lavoro, anche se lui non era in sintonia di certo con quel filosofo. Ricordo che nel mio curriculum non c'erano moltissime lodi. Lo dico perché, se confronto la mia carriera, certo brillante (riportai tutti trenta, eccettuati proprio dei ventinove con Giacon!) con le carriere di molti giovani che si laureano in Filosofia oggi, dovrei concludere di essere stato uno studente mediocre. Ma allora i trenta si sudavano, di norma. La mia laurea fu in Pedagogia, e non in Filosofia. La cosa non mi deprime, né mi avvilisce. Avevo pensato di prendere una seconda laurea, appunto in Filosofia o in Lettere, ma poi non ho più trovato il tempo per farlo, preso come sono stato dallo studio della storia della filosofia e delle discipline affini. Poiché la laurea in Padagogia di allora equivaleva totalmente a Filosofia, dal punto di vista legale e dei contenuti, non mi sono mai posto il problema di sentirmi in inferiorità. La lacuna più grave, da me sempre avvertita, non stava nel tipo di laurea preso, ma in alcuni esami che "mancavano": in primo luogo Letteratura greca, che non avevo potuto dare, perché non ero stato in grado di apprendere la lingua greca con continuità e profondità, stante il fatto che non avevo frequentato il Liceo classico e che autodidatticamente non ero riuscito a combinare molto.

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A ventidue anni, da poco laureato

Sotto un certo profilo debbo dire di aver conseguito lo stretto indispensabile per fare la mia carriera universitaria. Presi a soli 22 anni la laurea in Pedagogia (una laurea che oggi non esiste più!), conseguii l'abilitazione all'insegnamento di Filosofia, Pedagogia, Psicologia e Storia (così allora era denominata) a 23, e poi entrai in ruolo come assistente a 27. Non presi la Libera docenza, perché venne abolita dalla legge, ed ottenni in cambio, molto tempo dopo, il posto di professore associato per giudizio di idoneità (1983). I miei esami davanti a commissioni arcigne che mi valutavano con interrogazioni e prove scritte si conclusero, nel 1969, con l'esame al posto di assistente alla Cattedra di Storia della filosofia II, quella del prof. Santinello, in cui i miei giudici furono Giacon, Santinello e Mario Mignucci (allora libero docente ed assistente di Giacon). Ricordo che a quell'esame ci presentammo in due: Giancarlo Movia ed io. Avevamo sei ore di tempo per il tema, ma il compianto Mario Mignucci (ci ha lasciato di recente, per un male incurabile, ancora in giovane età, dopo essere divenuto uno studioso di fama internazionale), ci concesse in via informale altre due ore suppletive per terminare i nostri sviluppi dell'argomento. Credevamo profondamente nel nostro lavoro e volevamo presentarci davanti alla commissione, per la successiva prova orale, con qualcosa che assomigliasse ad un piccolo saggio.

9. Gli esordi della mia carriera universitaria (tra scuola e assistentato volontario)  ritornaIndice (1K) 

Ho fatto il quadro sintetico della mia facile carriera, ma debbo andare con ordine. Giacon mi accolse nel 1964 come assistente volontario, con l'accordo che avrei assistito nel suo insegnamento Fiorenzo Viscidi, suo primo assistente, divenuto Libero docente e quindi incaricato di Storia della filosofa per gli studenti del corso di laurea in Materie Letterarie. Viscidi però non era né tomista, né storicista. Si atteggiava ad esistenzialista, ed aveva forti propensioni per l'estetica. Non mi trovavo con questi suoi predominanti interessi. Qualcosa mi diceva che occorreva coniugare la metafisica con il dinamismo della storicità. Non sapevo come. Giacon non aveva particolari interessi per la storia e la storiografia, anche se alcuni anni prima di andare in cattedra (1953) aveva preparato solidissime monografie su Guglielmo d'Occam e sui pensatori della Seconda scolastica (quest'ultimo lavoro è ancor oggi citato, avendo costituito una pietra miliare nello studio del periodo, e di grandi pensatori come Gaetano, Vitoria, Mariana, Suárez, Bellarmino). Giacon mi seguiva con cortesia ed attenzione, ma si capiva che non si poteva impegnare a farmi fare dei passi avanti. Comunque mi "studiava" e mi apprezzava: mi invitò pertanto ai Convegni che annualmente organizzava presso il Collegio universitario "Antonianum" di Padova per gli assistenti universitari.

Occorre dire che Giacon aveva costituito nel 1945 un movimento di professori universitari di Filosofia di orientamento cristiano, tenendo un celebre incontro a Gallarate (Varese), al Collegio "Aloisianun" dei padri Gesuiti (in esso studiavano filosofia i gesuiti che si avviavano al sacerdozio). Giacon aveva coinvolto una quindicina di docenti italiani tra i quali ricordo alla rinfusa Bontadini, Guzzo, Sciacca, Stefanini, Flores d'Arcais, Carlini, Padovani, Battaglia, impegnandoli a periodici incontri sulle tematiche cruciali della filosofia cristiana. Essi si tennero regolarmente dal 1945 in poi, per moltissimi anni, e con un afflusso notevole di docenti cristiani. Finché visse, Giacon li presiedette con equilibrio, efficacia e serenità. Nel 1983 e nel 1984 Giacon, caduto ammalato, fu sostituito dal suo confratello padre Peter Henrici; dopo la morte la continuazione del Movimento fu affidata a padre Salvino Biolo (di recente scomparso). Il Centro di Gallarate (che è operoso anche ai nostri giorni, anche se con modalità diverse) promosse, nei suoi sessant'anni di vita, molte iniziative, tra cui quella di riunire anche i giovani non ancora docenti universitari, ma in carriera come assistenti (e poi come ricercatori o assegnisti di ricerca). Io fui coinvolto dapprima per i Convegni degli assistenti, e, poi, dal 1974, per i Convegni dei docenti (e in quella sede feci esperienze interessanti).

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Foto di gruppo di uno dei convegni di Gallarate (anno 1953)

Mentre iniziavo in Padova la volontaria collaborazione con i due docenti della Facoltà di Magistero, cioè Giacon e Viscidi, presi l'abilitazione all'insegnamento di Filosofia, Pedagogia, Psicologia e Storia. Dopo il servizio militare (1965-1966) passai quindi ad insegnare nella scuola media. Gli anni che avevo trascorso come maestro erano stati quieti, ma per me forse non particolarmente brillanti. Con i bimbetti delle elementari aveva un rapporto non del tutto sereno. Erano vivacissimi, ed io stentato a tenere testa a loro. Fui contento di passare ad alunni un tantino più grandi, dovendo insegnare loro solo le materie letterarie. Entrai nella speciale graduatoria del maestri laureati, con abilitazione, ed ebbi una sede nella provincia di Verona. In un certo senso lasciavo la scuola elementare di città per retrocedere alla provincia in una scuoletta della media unica di Oppeano, nella Bassa veronese (là dove regnavano incontrastate le nebbie per parecchi mesi dell'anno).

Era allora Oppeano un paese agricolo, situato a 25 km da Verona, non toccato ancora dal benessere economico che di lì a poco avrebbe caratterizzato il Veneto. Mi trovai benissimo con alunni ancora ingenui e amanti del sapere. Tre anni (1966-1969) li passai volentieri, nel predisporre quanto era necessario per rendere colti quei giovani. Assistetti al passaggio dalla cultura contadina da una cultura pre-industriale, Alcuni mesi or sono ebbi l'occasione di passare per quei paesi, Oppeano e frazioni, in cui ora pullulano piccole aziende lanciatissime. Per molti i marchi "Intimisssimi" e "Calzedonia" non significano molto, se non che si tratta di biancheria intima per signore (e signori). Io ho scoperto che nei paesini da dove venivano i miei alunni, ora sorge questa importante industria tessile e di abbigliamento, che è incentrata sulla biancheria femminile e che esporta in tutto il mondo. Non riesco ancora ad immaginare le ragazzine che ho avuto come mie alunne della terza media del 1968-69 (ultimo anno in cui ho insegnato ad Oppeano), tutte carine ma rustichelle, alle prese con la deliziosa biancheria prodotta nei paesi in cui abitavano allora. Chissà ora dove sono e cosa fanno. Magari qualcuna di loro (ormai cinquantenne!) ha i figli e le figlie impiegati in quelle aziende e si è fortemente dirozzata! A proposito: di quegli alunni uno è diventato un Preside di Liceo molto apprezzato, ed una delle ragazze (si chiamava Silvana) si è laureata a Verona in Materia Letterarie.

Insegnavo alla media e studiavo a fondo per produrre ricerche significative. Giacon mi aveva messo in guardia dall'entusiasmarmi per le dottrine del suo confratello, in odore di eterodossia, il p. Pierre Theilhard de Chardin. Io non lo avevo ascoltato ed avevo scritto un paio di saggetti dedicati alla dottrina del "fenomeno umano". Non avevo un chiaro progetto di ricerca e di formazione. Leggevo senza organicità i classici della filosofia.

A proposito: l'elenco completo dei miei scritti, per chi fosse desideroso di mettere il naso in quello che ho pasticciato in fatto di produzione filosofica si può vedere cliccando qui, o altrimenti cliccando in corrispondenza dei link relativi a mie particolari produzioni.

Mi entusiasmai pure per il personalismo comunitario di Emmanuel Mounier. Erano gli interessi di un giovane che aveva avuto una formazione cattolica, e cercava un ponte tra la fede e la scienza, tra la fede e la filosofia. Quei due autori per me rappresentavano l'intersezione tra i diritti della scienza fisica e biologica e le tensioni della fede. L'evoluzionismo "integrale" di padre Teilhard, come lo aveva definito Giacon, mi sembrava una risposta spiritualistica e finalistica all'evoluzionismo di tipo naturalistico, alla Darwin per intenderci, o, peggio, alla Haeckel.

10. Matrimonio, figli, ed … Istituto di Filosofia!  ritornaIndice (1K) 

Mentre cercavo di orientarmi nelle scelte per un piano di ricerca credibile, feci la scelta di vita. Sposai l'8 maggio 1967 Edda, mia compagna in Università, donna dolce, intelligente e sensibile. Mi diede due figli maschi (Lorenzo, 1968; Federico, 1972). Il matrimonio ed il lavoro di professore nella scuola media mi assorbirono, ma non mi tolsero la voglia di studiare e di frequentare l'Istituto di Storia della filosofia della Facoltà di Magistero di Padova, avendo la qualifica di assistente volontario. Tenevo anche qualche piccolo corso di lezioni a supporto della didattica di Viscidi. Facevo parte delle commissioni di esame. Allora c'era stato un notevole incremento delle iscrizioni al Magistero, pur esistendo sempre il numero chiuso: di conseguenza lunghe sessioni di esami. Mi chiedevo, in quei frangenti, quale destino mi sarebbe toccato. Nella mia qualifica di assistente volontario, cioè di libero battitore, quale possibilità avrei avuto di collaborare veramente a ricerche filosofiche utili e solide? Volevo scrivere il frutto di una ricerca storica significativa. Mi mancava la persona che mi guidasse.

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Foto scattata durante il viaggio di nozze da mia moglie Edda, all'isola d'Elba in atmosfera napoleonica

Giacon, che era divenuto direttore dell'Istituto di Storia della Filosofia del Magistero, teneva tutti i venerdì dell'Anno Accademico (da novembre a maggio) delle riunioni che ancora non chiamavamo seminari, ma che rappresentavano il biglietto da visita dell'attività di quell'Istituto, di fronte al più titolato Istituto di Filosofia di Lettere, diretto da Marino Gentile. Molto ho imparato dal quelle riunioni del venerdì, ore 18. Erano un rito. Giacon era attorniato dai suoi allievi: Viscidi, Mignucci, Antonio Pavan, Antonio Tognolo. Intervenivano i più anziani professori del Magistero, come Santinello, Pietro Faggiotto, Andrea Mario Moschetti, Renzo Piovesan, Carmela Metelli di Lallo delle altre Facoltà padovane e pure di Lettere (mai però Gentile). Vi erano sempre come ospiti dei professori delle scuole secondarie patavine. Erano poi presenti i giovani: ricordo, senza un ordine preciso, tra quelli che hanno fatto carriera: Francesca Lucchetta (poi cattedrattica di Islamologia a Venezia), Giacomo Gava (poi associato di Filosofia della scienza a Padova), Giancarlo Movia (poi cattedrattico di Storia della filosofia antica a Cagliari), Francesca Modenato (poi associata di Storia della filosofia a Padova), Giorgio Penzo (poi cattedratico di Storia della filosofia a Padova, di recente tragicamente mancato, che allora era dinamico, intraprendente nel suo "heideggerismo di destra"), Valdino Tombolato (poi associato di Filosofia morale a Padova), Gregorio Piaia (amico fraterno che sarebbe divenuto cattedratico di Storia della filosofia a Padova e "successore" di Santinello nella leadership della scuola da lui fondata, su cui mi soffermerò più avanti), Francesco Bottin (poi cattedratico di Storia della filosofia medievale a Padova), Ilario Tolomio (anche lui amico fraterno, che sarebbe divenuto cattedratico di Storia della filosofia a Padova), Anna Fabriziani (poi associata di Storia della filosofia a Padova). Successivamente arrivarono Giuseppe Goisis (poi cattedrattico di Filosofia politica a Venezia) e Giuseppe Micheli (anche lui amico fraterno, che sarebbe divenuto cattedratico di Storia della filosofia a Padova). Ricordo anche allievi di Giacon che poi fecero buone carriere nella scuola: Guido Snichelotto, Marcella Dell'Andrea, Marisa Albero, Gino Dalle Fratte. Io non mancavo una seduta, anche se quell'orario mi portava parecchi disagi, dovendo rientrare, dopo la conclusione canonica delle ore 20, a Verona in tarda serata.

Giacon considerava i suoi giovani assistenti o laureati interni come dei figlioli: eravamo in fondo la sua famiglia. Credo che per questo serio ed impegnato tomista gesuita i suoi pensieri andassero intensamente a due cose: al Centro di Gallarate ed ai giovani studiosi del suo Istituto. Quando Giacon andò in fuori ruolo, ed era il 1970, continuò a dirigere i suoi incontri del venerdì (stavolta solo ogni quindici giorni). Portava sempre agli incontri i suoi cioccolatini, che distribuiva con serietà ai partecipanti. Ci fu da parte mia, come da parte di Piaia, Tolomio, Micheli, e di Anna Fabriziani, un vero rapporto di familiarità con lui. Era sempre disponibile a stare in mezzo a noi. Ricordo due episodi: nel 1972 battezzò a Verona il mio secondogenito Federico; nel 1978 noi, persone più vicine a lui, facemmo un breve soggiorno a Carezza, dove villeggiava presso la residenza dei Gesuiti. In quell'occasione riuscimmo a fare delle belle gite sul Catinaccio. Giacon, che aveva la bellezza di settantotto anni (e che noi affettuosamente chiamavamo «il nonno»), ci seguiva fin dove poteva e stava con noi nei rifugi. In quell'occasione eravamo io, Piaia, Micheli, Longo, Tolomio, e pure venne a trovarci la nostra carissima amica Ada Lamacchia, ordinaria all'Università di Bari, una delle persone più legate a Giacon. La dipartita di Giacon, avvenuta a Gallarate il 14 dicembre 1984, fu per me un grande dolore. Riuscii a partecipare all'omaggio padovano al suo feretro. Sono più di vent'anni che ci ha lasciato, ma io lo ricordo come un padre.

11. Conseguo il posto di assistente di ruolo alla cattedra di Storia della filosofia  ritornaIndice (1K) 

Giovanni Santinello mi incontrò in un momento giusto, dopo che avevo deciso di orientarmi a ricerche organiche, tralasciando le suggestioni di Teilhard e di Mounier. Santinello aveva assistito alla mia laurea in Padova (Presiedeva Flores d'Arcais). Incominciò ad interessarsi di me. Come allievo di Luigi Stefanini, indimenticabile cattedratico di Storia della filosofia, grande esponente di uno spiritualismo personalistico molto apprezzato a Padova, che era morto prematuramente nel 1956, Santinello si era cimentato in studi e ricerche su pensatori che si avvicinavano alla visione platonizzante del maestro: Gioberti, Cusano, Leon Battista Alberti. Poi aveva affrontato le tematiche cruciali del pensiero kantiano, avanzando un'interpretazione della Critica della ragion pura molto interessante: Kant, secondo lui, non aveva mai rinunciato ad usare i concetti della metafisica, e la sua visione del pensare era sempre stata quella di considerare come proprie della mente determinate realtà che sembravano attingere l'incondizionato.

Santinello, dopo aver conseguito la Libera docenza, aveva insegnato nell'Università di Lecce (1960-1964) e poi era rientrato a Padova, al Magistero. Aveva vinto nel 1966 il concorso di professore ordinario per Storia della filosofia, essendo stato giudicato da una commissione in cui erano Giacon e Eugenio Garin. Incominciai ad incontrarlo nell'Istituto di Storia della filosofia. Fu naturale avviare con lui il dialogo su tematiche di fondo, che io ero avido di affrontare. Capii che egli mi stimava, pur non essendo io un assistente volontario "affidato" da Giacon a lui. Allora le gerarchie erano molto rispettate. Eppure, nonostante il fatto che l'assistente volontario che faceva capo a lui fosse Giorgio Penzo, molto più anziano di me, ed autore già di diverse pubblicazioni, Santinello preferì "formare" me. Capii poi che non aveva simpatia per le problematiche heideggeriane di cui Penzo era divulgatore. Il simpatico collega "chioggiotto" si "staccò" dalla sequella di Santinello e seguì la sua strada di custode del verbo ontologico, appoggiato tuttavia egualmente da Santinello e da Giacon, fino al conseguimento della cattedra.

Giorgio Penzo è morto tragicamente in mare, in questa estate, nella sua Sottomarina di Chioggia: me ne dispiace fortemente, perché la sua carriera si è sempre legata alla mia, anche se non siamo quasi mai stati in sintonia sotto il profilo scientifico ed accademico. Qualcuno ha asserito che io ho "attraversato" la sua traiettoria, e che ho "intercettato" la benevolenza di Santinello, occupando il posto di assistente ordinario che sarebbe stato destinato a lui. A mente serena debbo dire che fu Santinello a fare la sua scelta dell'assistente da destinare alla sua cattedra nella mia persona, e che egli sistemò Penzo altrimenti, favorendo la sua libera docenza nel 1969 e poi propiziando la sua andata in cattedra nel 1975. Di queste circostanze però Penzo non tenne stranamente mai conto, restando convinto di mie manovre oscure per escluderlo dalla benevolenza di Santinello. Posso parlare di queste circostanze ora, che polemiche e clamori si sono spenti e che il collega Penzo ci ha lasciati. La carriera di Penzo, ai suoi inizi, aveva avuto la ventura di incrociarsi con i voleri ed i disegni di padre Cornelio Fabro, quando questi insegnava a Perugia. Ricordo che Fabro offrì a Penzo un posto di assistente alla sua cattedra, e, dopo un regolare concorso, glielo assegnò. Di fronte ai "maneggi" di Penzo per restare a Padova, mirando al posto messo a concorso di Santinello (che era stato bandito però era in vista di una mia affermazione), Fabro, spazientito, e forse pentito della sua scelta, revocò la nomina. Non si sono mai conosciuti i reali motivi del voltafaccia del noto pensatore neotomista ed antirosminiano: io credo in cuor mio che l'atteggiamento di Penzo, sia riguardo a Santinello, che riguardo alle sue scelte heideggeriane, abbia avuto qualche parte nell'indurre Fabro al ripensamento.

12. I filosofi di Padova che per me contarono: Giovanni Santinello  ritornaIndice (1K) 


Santinello mi espresse la convinzione che sovente certa storiografia esagera nell'attribuire ai filosofi determinate posizioni, che sono il frutto di sopravvalutazioni. Lo storico della filosofia doveva, secondo lui, vagliare attentamente le fonti di un autore, chiedendosi se per caso sotto determinate tesi apparentemente rivoluzionarie non vi fosse magari la permanenza di abitudini speculative, di moduli interpretativi, anche di scuola. Questa prospettiva mi piacque e ritenni che valesse la pena di studiare i filosofi incominciando dalle fonti e dalle tradizioni del loro pensiero, per poi verificare l'effettiva novità delle loro posizioni. Mi posi in un certo senso alla sua scuola di metodo, iniziando ricerche su Bertrando Spaventa, Felice Tocco, Pietro Ragnisco, Francesco Fiorentino, che erano stati esponenti di spicco di importanti correnti filosofiche nell'Italia post-risorgimentale. Questi pensatori, decisamente da considerarsi dei "minori", erano in realtà legati a scuole ed a percorsi che avrebbero conosciuto rilevanti sviluppi. Nessuno di loro si sentiva "grande": essi sapevano benissimo di dovere molto a dei "grandi" e di dover tradurre il pensiero di essi in scelte di cultura e di vita. Questa loro "umiltà" era stata ripagata.

Il punto di partenza delle ricerche che per me veramente contarono consistette nel dilemma: era il caso di studiare i testi dei grandi filosofi, e di proporre nuove interpretazioni sul loro significato, oppure era più costruttivo e realistico ricercare nei filosofi "minori" la presenza di moduli speculativi e di problematiche delle scuole nella loro permanenza di motivi ed insieme nella loro lenta trasformazione? Diedi una risposta, che si può compendiare nel ragionamento che segue. Non è pensabile che sia esistita, o che possa un domani presentarsi, una prospettiva filosofica tale da imporsi come assolutamente vera e incontrovertibile, come se fosse uscita dal cervello di Giove, novella Minerva. Occorre pertanto ragionare nei termini della verosimiglianza di certe prospettive rispetto ad altre e dell'opportunità di seguire quelle che possano sembrare meno problematiche, più plausibili e vitali sulla "lunga durata". Ciò non deve però indurre a pensare che gli uomini possano rinunciare a ricercare la verità: infatti è costitutivo del loro essere pensanti il fatto di operare nella verità. Tuttavia, a causa della debolezza dell'umana struttura, e per la complessità dell'universo, non è possibile che si verifichi un'adeguazione piena della mente umana alla realtà nel suo significato di totalità. La ricerca della verità è incessante e segue vie molto particolari.

Santinello mi volle tra i suoi collaboratori nel 1967, all'inizio dei corsi "raddoppiati" della Facoltà di Magistero in Verona. Nell'Università di Padova divenni suo assistente ordinario nel 1969, e lo rimasi fino al 1983. Il mio congedo definitivo dalla scuola media avvenne quando assunsi servizio come assistente ordinario nel novembre 1969 (la proposta di nomina ad assistente di ruolo, fatta da Santinello, risaliva al luglio 1969, ma il Ministero della Pubblica Istruzione aveva tardato a formalizzarla). Si apriva un altro periodo della mia vita: la vera e propria carriera universitaria. Come assistente universitario di ruolo avevo undici anni di tempo per prendere la libera docenza, ed essere così confermato nel ruolo. Queste erano le regole di allora.

Non potei però puntare a questo esame di Libera docenza, che apriva la via alla carriera universitaria, perché il titolo, poco dopo la mia assunzione, fu inopinatamente abolito. Eravamo entrati nella spirale della trasformazione dell'Università italiana da Università di élite ad Università di massa. I provvedimenti legislativi, incoerenti e contraddittori, ma comunque necessari a rispondere ad una tendenza mondiale di apertura dei giovani a tutti degli Atenei, senza più sbarramenti o selezioni severe, toccavano anche le carriere di noi giovani. Abolendo questo esame si era voluta colpire la corporazione dei Medici, che di questo titolo avevano fatto una sorta di commercio. Non avendo io potuto acquisire la Libera docenza, l'unico vaglio che poteva essere fatto per selezionare le persone degne di insegnare in Università con un incarico (quindi senza alcuna promozione in ruolo) era quello esercitato dai consigli delle Facoltà. Il Magistero era passato dai circa mille iscritti degli anni dei miei studi (in cui vigeva il "numero chiuso" e l'esame di ammissione) al numero ragguardevole di tremila nel 1970, salito a seimila e più quando fu istituito il corso di laurea in Psicologia (unico corso di laurea in tutta Italia, oltre a quello di Roma). Il Consiglio di Facoltà iniziò a bandire degli incarichi, aperti anche agli assistenti sprovvisti della libera docenza.

Divenni, a partire dall'anno accademico 1971-72, professore incaricato di Storia della filosofia II nel corso di laurea in Pedagogia che era stato istituito nella sede distaccata del Magistero a Verona. Tenevo i corsi per il secondo anno; parallelamente a me, per il primo anno, insegnava Giancarlo Movia (lui aveva conseguito la Libera docenza, prima della sua soppressione). Per me andava benissimo, in quanto potevo stare nella mia città ad insegnare (se pure in strutture inadeguate e fatiscenti), e limitavo a due o tre giorni la mia permanenza a Padova. Tuttavia, per poter essere presente come mi voleva Santinello, per le esigenze dalla sua cattedra di Storia della filosofia II, chiesi ospitalità per i giorni padovani alla "Casa S. Pio X", istituzione vescovile (voluta da monsignor Girolamo Bortignon) che ospitava i giovani assistenti universitari in carriera, per aiutarli materialmente e spiritualmente al loro futuro. Fui ammesso nel 1970 in quella casa, che altro non era che un appartamento in grado di ospitare 11 o 12 giovani, situato nella casa delle Opere cattoliche di Padova, vicino al Vescovado. Dirigeva quella casa monsignor Cesare Zaggia, Cancelliere vescovile, persona severa, decisa e insieme attenta alla crescita dei giovani studiosi. Fui assiduo ospite di Casa Pio X fino alla fine degli anni Settanta. Miei colleghi erano Piaia e Tombolato. Erano stati illustri ospiti di questa casa colleghi come Armando Rigobello, Berti, Chiereghin, Movia, tra i filosofi, e Francesco Cavalla tra i giuristi.

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Foto scattata nella mia casa di Verona (via Sansovino, 23) poco dopo essere divenuto assistente ordinario

13. La storiografia filosofica a-teoretica di Santinello  ritornaIndice (1K) 

Santinello mi seguì con impegno nei miei primi lavori eseguiti su suo suggerimento: concretamente mi insegnò a ricercare le tracce degli sforzi dei pensatori nell'atto di cogliere provvisoriamente delle sintesi speculative da cui potesse rilevarsi un sentore di verità complessiva. Metodologicamente tale lavoro si svolgeva attraverso l'esame attento e minuto di ogni manifestazione di pensiero e di cultura: di qui studio di periodici, di corsi universitari, di Accademie, di scambi culturali. Le sintesi, affermava Santinello, vanno riportate al lavoro sotterraneo delle scuole da cui scaturiscono. L'intreccio della speculazione e della vita nella ricerca filosofica è troppo fitto per poter pensare di affrontare lo studio dei pensatori e degli ambienti che essi frequentarono senza intenderne le condizioni storiche ed il sostrato "materiale" in cui le idee maturano. Di qui la necessità di una remota preparazione in storia politica, economica, religiosa. Inoltre l'influsso della personalità del filosofo e del suo carattere sulla formulazione degli argomenti e sull'articolazione dei sistemi, è non solo innegabile, ma anche va ammesso al fine di "bilanciare" l'eccesso di un influsso socio-ambientale o fisico. Di qui lo studio dei carteggi dei filosofi, delle loro carriere accademiche, attraverso la storia delle Università, e lo scavo, delicato, nella personalità, nella loro vita di relazione.

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Ilprofessor Giovanni Santinello (1922- 2003) in una foto del 1969, l'anno in cui sono divenuto suo assistente alla cattedra padovana di storia della filosofia

La speculazione, affermava Santinello, riecheggiando Stefanini, sorge dalla persona, si configura come pensiero personale interagente con le tradizioni e si sviluppa nell'ambiente storico-sociale. Il che sta a significare che non si possono trascurare i minimi particolari della vita di un pensatore e che l'accertamento dei contatti di esso e delle effettive influenze subite e esercitate deve avvenire sempre tramite materiale d'archivio, seguendo non semplici assonanze, ma effettive derivazioni. Sono grato a Santinello per avermi insegnato questo senza fanatismo, ma con decisione. Nelle revisioni lunghe e complesse che fece dei miei lavori, egli non lasciava passare nessuna mia affermazione su un filosofo, se non era documentata da un passaggio significativo e da più considerazioni critiche.

Presi sul serio il taglio "culturale" della ricerca storico-filosofica, e mi formai l'abitudine di non considerare mai i sistemi filosofici in rapporti asettici tra di loro. Di qui l'abbandono della prospettiva detta "teoretica", il cui difetto, in età contemporanea, stava, per me, nell'incapacità di guardare allo sviluppo delle filosofie in termini diversi da quello di "epocalità". Avevo un esempio preclaro di storiografia teoretica in Padova, ed era quello di Marino Gentile e dei suoi "metafisici classici". Non sembrava a questi esponenti della scuola metafisica che si dovesse fare consistere le storia della filosofia nell'accertamento degli effettivi scambi tra filosofi. I grandi sviluppi "epocali" del pensiero consistevano in una catena di ragionamenti, il cui accertamento stava nei testi filosofici, ma il cui significato andava oltre essi. La storia della filosofia, a mio avviso, non consisteva in geniali visioni ed in grandi "idee" incarnate da grandi filosofi, bensì nel fecondo lavoro del pensiero di molti protagonisti e di molte scuole, che interagisce sulla vita e sulla cultura. Tra gli allievi di Gentile e la scuola di Giovanni Santinello i rapporti, ovviamente, furono freddi o inesistenti. Una certa considerazione del nostro lavoro l'aveva Enrico Berti (rientrato da Perugia, dove aveva passato i primi anni della sua cattedra, acquisita giovanissimo); e con lui era Gianfranco Frigo (tuttavia incerto sul taglio da dare ai suoi pregevoli studi sull'idealismo tedesco). photo6 (17K)

Il professor Enrico Berti, titolare di Storia della filosofia nell'università di Padova, studioso di Aristotele di fama mondiale ed esponente di spicco del pensiero cristiano

Berti si accostò progressivamente alle posizioni di Santinello, non tanto per l'a-teoreticità della storia della filosofia, quanto perché sensibile alla metodologia storiografica anche in vista di una sorta di "apologetica cattolica" senza S. Tommaso, sostanziata su un aristotelismo aperto. Tanto furono forti in lui questi convincimenti che, a suo tempo, appoggiò Piaia e me in un concorso memorabile, ed ottenne per noi due l'unanimità dei consensi della commissione.

14. L'esperienza nella preparazione del volume III della Storia del pensiero occidentale  ritornaIndice (1K) 

Nel corso della preparazione di un lavoro di più autori, ed in 6 volumi, dedicato alla Storia del pensiero occidentale, che Michele Federico Sciacca, docente di Filosofia teoretica a Genova, capofila del pensiero spiritualistico, indiscusso manager della filosofia cattolica, aveva affidato per la parte patristica, medievale e rinascimentale a Santinello ed a me, ricordo che mi posi il problema dello sviluppo delle filosofie in parallelo allo sviluppo dei popoli e degli Stati. Avendo iniziato la preparazione del volume III, dal titolo Dall'Umanesimo alla Controriforma, cercai di capire come mai avessero potuto sorgere filosofi come Cusano, Ficino, i due Pico della Mirandola, Erasmo, Moro, Bodin, Montaigne, Patrizi, Telesio, Bruno, Campanella, Galilei. Sciacca mi aveva fatto intendere che il Rinascimento non aveva prodotto grandi pensatori, veri geni della filosofia, e che questa circostanza era dovuta proprio al carattere imitativo dell'epoca. Non rimasi convinto che le sorti della filosofia, decadute dopo Occam, si fossero risollevate con Cartesio, e che quindi ben poco di originale speculativamente fosse uscito dai secoli XIV-XVI. Mi convinsi allora che la speculazione aveva continuato ad essere importante per l'umanità, anche se geni in assoluto allora non ne erano sorti, proprio perché, probabilmente, l'intreccio cultura-filosofia era stato prevalente rispetto al sorgere della grande personalità.

Non mi sembravano di poco conto fenomeni complessivi come la rinascita del pensiero antico, la Riforma protestante, la stessa Controriforma cattolica, e poi la rinascita della Scolastica, e la ripresa della considerazione del diritto naturale. Non mi sembrava inoltre per nulla irrilevante la tensione allo studio in sé del cosmo vivente che aveva percorso il Cinquecento, con i molti filosofi-scienziati o filosofi-esoterici in fecondo contatto. Seguii, per la stesura del mio lavoro, questi orientamenti interpretativi.

Come "coda" alla preparazione di questo volume segnalo un significativo episodio. Già avevo consegnato il mio manoscritto all'editore Marzorati nel 1975, essendo da pochi mesi scomparso Michele Federico Sciacca, quando venni pregato dal dott. Marzorati in persona di "riaprire" il lavoro, aggiungendo un capitolo sul pensiero di Galileo Galilei. Preparando la scelta delle tavole fuori testo, l'editore si era accorto che non poteva far riferimento ad alcuna pagina del vol. IV dell'opera, dedicata al pensiero moderno, riguardo alla riproduzione di un ritratto di Galilei. Fortemente espressi ad un imbarazzato Marzorati la mia meraviglia: non era stato previsto un capitolo (od un paragrafo) galileiano nel vol. IV, dal titolo Da Bacone a Kant, assegnato ad un'allieva di Sciacca, cioè a Maria Adelaide Raschini? Nossignori: la Raschini, il cui orientamento teoretico à la Sciacca era noto, si era semplicemente "dimenticata" di un pensatore moderno significativo come Galilei! Non aveva inteso il valore di cerniera delle teorie sul metodo sperimentale per l'intero pensiero moderno. Data la malattia che aveva colpito Sciacca, agli inizi del 1975, non era stata esercitata da lui l'ultima revisione sull'armonia tra le diverse trattazioni. Era toccato a Marzorati di accorgersi della grossa lacuna: e naturalmente aveva capito che una Storia del pensiero occidentale non poteva fare a meno di un capitolo su Galilei, pena il discredito. Marzorati mi disse che solo io potevo ovviare alla mancanza, perché il volume di Raschini era già stato pubblicato. Dovetti scrivere il capitolo su Galilei nell'estate 1975, studiando di gran fretta le opere di lui che ancora non conoscevo e abbozzando una rassegna della critica: lo collocai come ultimo capitolo della mia storia della filosofia del Rinascimento. Esso poi non riuscì così male, se ebbi gli elogi di Paolo Rossi, che mi fece solo alcune osservazioni marginali. Il difetto di tutta l'operazione stava però nel fatto che mai e poi mai Galilei poteva essere fatto passare per il filosofo che "chiudeva" l'età rinascimentale! Solo Campanella, coetaneo di Galilei, poteva aver avuto questo ruolo. E pensare che la Raschini aveva aperto la sua storia della filosofia moderna con un capitolo su Bacone, pensatore che cronologicamente in un certo senso appare precedente a Galilei nelle sue opere principali!

Ora, ad una riflessione pacata, non mi stupisco di questo incidente. Ne trarrei la conclusione che ogni impostazione speculativa che trascuri le dimensioni storiche dei percorsi speculativi finisce nel paradosso, come è avvenuto per Raschini e come è avvenuto per me, nel tentativo di ovviare alla dimenticanza. Non avrei dovuto stupirmi neppure allora, perché qualche tempo prima della conclusione del mio lavoro, Sciacca mi aveva dato istruzione di trattare nell'ambito del mio volume di Ugo Grozio e degli esordi del giusnaturalismo, tematica notoriamente moderna più che rinascimentale!

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Foto scattata a Roma nel 1973, in occasione di un viaggio di studio

15. Il progetto santinelliano per la storia delle storie generali della filosofia si avvia: si costituisce una "scuola storiografica padovana"  ritornaIndice (1K) 

Dopo la pubblicazione del volume III della Storia del pensiero occidentale (1975) aderii con entusiasmo al progetto che Santinello aveva per lungo tempo accarezzato e che si stava delineando ormai come possibile (grazie ad una favorevole apertura verificatasi da parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche, e con l'interessamento romano di Guido Calogero e Gabriele Giannantoni): lo studio della storia della storiografia filosofica, dal momento in cui si era resa tecnicamente possibile, cioè nel Rinascimento, fino al Novecento. Infatti con questo tipo di ricerche lo studioso si immerge nella complessità dello sviluppo delle filosofie, ed approfondisce il giudizio portato su di esse da altri studiosi che interagiscono nelle valutazioni, ricreando in un certo senso i sistemi studiati e contribuendo al dialogo su di essi. Lo storico rende ragione dei filosofi del passato e ci narra di come essi hanno inteso i massimi problemi, esponendo il frutto delle sue ricerche in opere vere e proprie, che si chiamano "storie generali della filosofia".

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Foto scattata nel 1972, insieme a miei genitori, a mia zia Rosetta, a mia moglie, a mio figlio Lorenzo ed ai miei parenti francesi (Aldighieri)

A partire dal 1975, in virtù di una delle tante leggi per la docenza universitaria, ebbi la "stabilizzazione" sul mio posto di docente incaricato di Storia della filosofia II nel Magistero di Verona, che funzionava come poteva, a motivo della scarsità di mezzi. Eppure a Verona, di fatto, si stava delineando la formazione di una nuova Università, con quattro Facoltà funzionanti (Economia, Medicina, Magistero, Lingue straniere). Per il Magistero tutti lesinavano i contributi, ed in tal modo i moltissimi studenti che gravitavano attorno ai corsi veronesi erano piuttosto trascurati. Condussi una lunga battaglia presso i potentati locali, ed ebbi la comprensione del Preside di Economia (e Commercio, si aggiungeva allora), Gino Barbieri, figura interessante di storico dell'economia, che mi prese in simpatia. Debbo dire che umanamente il burbero Barbieri era un uomo eccezionale. Divenuto Presidente dalla Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno, Barbieri aiutò il Magistero a crescere e diede aiuti anche per la celebrazione del XXVIII Congresso nazionale di Filosofia della Società filosofica italiana (SFI), da me organizzato con l'amico e collega Ferdinando Marcolungo (1983). Altra figura di persona potente ed influente di cui mi rimane un buon ricordo, per gli aiuti che ha fornito alla Facoltà di Magistero di Verona ed ai suoi studiosi, quella di Giorgio Zanotto, avvocato ed autentico uomo politico (democristiano), per lungo tempo sindaco di Verona e poi Presidente della Banca popolare di Verona (suo figlio Paolo è l'attuale sindaco di Verona, a capo di una maggioranza formata dai partiti dell'Unione).

Nella sede di Verona cresceva anche il numero di docenti di discipline filosofiche, e quindi l'esigenza di un'autonomia dall'Alma Mater patavina si faceva importante. A Verona ormai insegnavano: Giovanni Giulietti, sulla cattedra di Filosofia teoretica, Ubaldo Pellegrino sulla cattedra di Filosofia della religione. Promettenti studiosi erano Mario Longo e Ferdinando Marcolungo. Sono ora tutti e due a capo di posizioni rilevanti nell'Università di Verona, che nacque con il 1 novembre 1982. Ricordo con viva simpatia Giulietti, che era stato allievo di Giuseppe Zamboni, e che ne aveva difeso la memoria in tempi duri per questo grandi pensatore neoscolastico, allontanato dall'Università Cattolica negli anni Venti, perché sostenitore della "gnoseologia pura", presupposto indispensabile alla ricerca metafisica stessa. Siamo diventati carissimi amici. Ora egli è il decano dei filosofi veronesi ed italiani, con i suoi novantuno anni ben portati. Ci scriviamo con affetto e ci incontriamo: è rimasto un entusiasta giovanotto. Ci ha invece lasciato Ubaldo Pellegrino, prolifico scrittore, simpaticissimo sacerdote, che si era cimentato in diversi ambiti di ricerche. In origine neoscolastico alla Bontadini, aveva avuto aperture notevoli in ambito filosofico-religioso con studi su Scheler, Panikkar e Rosmini. Per Verona Pellegrino è stato un grande animatore: è stato uno dei primi Presidi della neonata Facoltà di Magistero.

Contribruii al primo volume della Storia della storie generali della filosofia (SSGF, I), diretto e coordinato da Santinello, collaborando con gli amici della scuola padovana, Gregorio Piaia, Giuseppe Micheli, Ilario Tolomio e Mario Longo, ed esponendo la storiografia del Rinascimento e del Seicento (soprattutto rilevante per le prime storie generali della filosofia di Heerebord, Voss, Horn, Stanley, De Grau, Burnet, Gale). Fu un'esperienza indimenticabile di lavoro comune su tematiche nuove e suggestive. Si costituì quindi, con i primi approcci circa la preparazione del lavoro sulla storia delle storie generali della filosofia, una vera e propria scuola. Noi studiosi, sopra da me elencati, non eravamo legati a Santinello da una familiarità simile a quella che avevamo con Giacon. Tuttavia vi erano nella nostra "scuola" anche momenti conviviali: Santinello ci teneva a fare alcune riunioni di lavoro nella sua bella villa sui Colli Euganei, a Teolo, od a portarci a mangiare in ottimi riportanti sempre dei Colli, deliziosi per i menu di cacciagione.

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Foto scattata nel 1975 con il caro amico Gregorio Piaia, con cui ho condiviso parecchie ricerche, sotto il Ponte Europa (vicino a Innsbruck)

Con gli anni l'amicizia dei "ragazzi di Piazza Capitaniato" (sede dell'Istituto di Storia della filosofia) si consolidò e, quando il nostro maestrò andò in pensione, cadendo subito dopo in una malattia che gli tolse le capacità di dialogo e di relazione, noi proseguimmo i contatti e le consultazioni, quasi "uno per tutti e tutti per uno". Constato che tutti noi che abbiamo avuto fiducia in Giovanni Santinello, compresa Anna Fabriziani, laureata con Giacon ma poi aggregatasi al nostro gruppo, ci siamo sistemati nell'Accademia, in prima fascia i più. Costituiamo la piccola pattuglia dei "padovani", quelli che provengono dal magistero di Santinello. L'impresa della storia delle storie generali della filosofia, così intensamente voluta da Santinello, è andata avanti lentamente ma sicuramente e si è conclusa, grazie al grande lavoro di coordinamento svolto da Piaia, nel 2004, con il volume dedicato alla seconda metà dell'Ottocento. Santinello non aveva potuto vedere la conclusione del lavoro, perché si era spento il 23 agosto 2003. Abbiamo accompagnato il suo feretro al Cimitero di Padova, dove è pure sepolto Giacon, al fianco della sua sposa Ida, la compagna indispensabile di una intensa vita di studio. Santinello era un uomo tollerante, portato al dialogo per costituzione; ma era anche austero, riservato in fondo. Si vedeva che si sforzava di mostrarci la sua simpatia: ma nelle manifestazioni era parco, asciutto. Debbo molto alla sua metodologia del dialogo, che, come dirò più avanti, era esemplata sulla figura e sul pensiero di Thomas More.

16. Scelgo di studiare innanzitutto la storia del pensiero italiano  ritornaIndice (1K) 

Ma ritorniamo alle ricerche mie, che Santinello seguiva. Studiai in parallelo al periodo dell'istituzionalizzazione dell'attività storiografica in filosofia anche la storia della cultura italiana, onde rintracciare gli sforzi e le realizzazioni di storiografia filosofica che erano stati fatti in essa. Mi soffermai sull'Ottocento, periodo nel quale il genere "storia della filosofia" si era ampiamente radicato nella pratica filosofica del nostro paese. Finii in tal modo con lo "specializzarmi" nello studio del pensiero italiano.

Quella scelta è stata in me consapevole. Mi ero avvicinato con grande interesse alla cultura filosofica francese ed a quella anglosassone. Pensai, dopo qualche anno di frequentazione del pensiero francese contemporaneo, che valeva al pena di approfondire i filosofi di casa mia, che erano stati per lo più trascurati. Da Vico a Gentile ed ai contemporanei, passando per spiritualisti, positivisti, idealisti e neokantiani dell'Ottocento, ho percorso diverse volte le strade della nostra cultura, convinto che esista un legame forte tra le nostre scelte nazionali ed i nostri pensatori più rilevanti. Su certi nodi speculativi e culturali mi sono soffermato con passione: ad esempio sulla idea di tradizione nazionale, sulle radici laiche e cattoliche del nostro spirito pubblico, sui rapporti tra cattolicesimo e vita civile.

Questo tipo di approccio alla ricerca sul pensiero italiano l'ho recentemente trasferito a ricerche legate ad ambiti europei. Infatti mi sto chiedendo da alcuni anni se vi siano e quali siano le radici della cultura europea. Importante sarebbe stabilire un rapporto tra il senso di identità culturale di ogni paese d'Europa e il possibile senso di identità europea. Essa è da molti avvertita, oppure postulata, spesso fraintesa. Occorre studiare comparativamente. Più avanti spiegherò quali sono i miei convincimenti.

Nel complesso il mio apporto agli studi di storia della storiografia filosofica è stato notevole, almeno quantitativamente, sia per quel che riguarda il versante europeo, che per quel che riguarda il versante italiano. Spetterà a chi di dovere valutare la qualità delle ricerche da me svolte sulla storiografia filosofica in Italia nella prima e nella seconda metà dell'Ottocento, concretizzate nella monografia La storiografia filosofica italiana nella seconda metà dell'Ottocento, del 1977, nei capitoli della SSGF IV/2 e della SSGF V, oltre che in diversi saggi ed articoli. Attendo pure con serenità l'altrui giudizio riguardo alle ricerche svolte sulle origini della storiografia filosofica nel Rinascimento e nel Seicento, con le prime vere e proprie opere denominate "storia della filosofia" ("historia philosophica" o "History of Philosophy"). Il volume di SSGF I, in cui è prevalente il mio contributo (più di metà del volume è mio lavoro), ha avuto una traduzione inglese per Klouwer, Dordrecht.

17. Una tragedia modificò la mia vita  ritornaIndice (1K) 

Dopo il termine del lavoro sulla storiografia filosofica nella seconda metà dell'Ottocento e dopo che avevo praticamente concluso i lavori sulle origini moderne della storiografia filosofica, alcuni eventi della mia vita familiare volgevano alla tragedia, e la mia esistenza venne segnata irrimediabilmente. Mia moglie Edda venne a mancare improvvisamente, il 3 febbraio 1981, giorno dedicato a S. Biagio. Aveva solo quarantadue anni. Non sono ancora oggi in grado di parlare di quei giorni e di quell'evento.

Mi lasciò con i due ragazzi, l'uno di tredici anni, l'altro di nove. Per fortuna ebbi il sostegno tanto dei miei genitori quanto di quelli di Edda. Il mondo cambiò. Ero stato veramente in bilico tra vita, famiglia, ricerca, non sapendo bene quale era la mia vocazione. Ora venivo richiamato bruscamente alla realtà. Mi trovavo di fronte ad una scomparsa lacerante, tristissima. Non sapevo cosa fare. Restai aggrappato alla vita ed alla crescita dei miei ragazzi, che affrontarono con serenità la perdita.

Avrei voluto trasferirmi a Padova, lasciando Verona, città legata a tanti ricordi, e soprattutto alla tragedia di mia moglie. Fui ad un passo per trovare un appartamento nella città del Santo, là dove si svolgeva la mia ricerca. Poi altrimenti si dispose di me là dove si può. Tutto quel periodo fu incertezza e disorientamento. Diverse persone per mia fortuna, mi aiutarono.

18. Le ricerche sul neotomismo  ritornaIndice (1K) 

Ripresi faticosamente a lavorare. Dal 1982 al 1985 non produssi quasi nulla di nuovo. Poi formulai alcune ipotesi di lavoro legate al neotomismo. Dovevo riprendere lo studio della storiografia filosofica praticata in Italia nella seconda metà dell'Ottocento. Mi ero proposto di esplorare nell'ambito dello spiritualismo, dell'hegelismo ortodosso e del neotomismo. Di quest'ultimo movimento mi colpì la strana "sordità" nei confronti della storia e del suo sviluppo. Nessuno di quei pensatori, specialmente italiani, che avevano propugnato la ripresa delle dottrine dell'Aquinate, si era occupato di scrivere opere di storia della filosofia ed ancor meno di produrre ricerche in quel campo. La mentalità antistorica di parecchi rappresentanti del movimento mi colpiva. Capii in tal modo come la lotta contro il pensiero e la civiltà moderni, intrapresa da questi filosofi (Taparelli, Sordi, Sanseverino, Kleutgen, Cornoldi, Liberatore, Zigliara) nascesse dal convincimento che vi era stata una grave decadenza della cultura e dello spirito cristiani dopo la Scolastica e che gli uomini avevano abbracciato un pensiero erroneo, fuorviante, foriero di gravi mali.

Pensatori tanto rilevanti e zelanti per le sorti della Chiesa non avevano capito che la storia del pensiero era continuata anche dopo la dissoluzione della Scolastica e che la filosofia poteva ancora avere un rapporto felice con la fede cristiana, senza rinnegare la continuità dello sviluppo storico. Sulla scia dell'enciclica Quanta cura di Pio IX e del suo annesso Sillabo, i pensatori neotomisti avevano sviluppato invece una mentalità antimoderna, antistorica e pure dannosa nei confronti dello stesso pensiero cristiano. Un frutto di tale mentalità erano stati diversi episodi anche incresciosi per il cattolicesimo e per la filosofia: la condanna di Antonio Rosmini con il decreto Post obitum, del 1887, era stato uno di questi, che aveva segnato il momento più alto della divisione, nello stesso pensiero cristiano, tra "riformatori", o "conciliatoristi" (per adoperare una felice espressione di Francesco Traniello), ed "intransigenti".

Lasciai da parte la storiografia filosofica italiana nel suo svolgimento e mi occupai del movimento di restaurazione del tomismo nella componente essenziale antimoderna, che aveva avuto risvolti rilevanti sulla storia del movimento cattolico. Mi immersi talmente nello studio dell'intransigentismo cattolico sia di natura speculativa (totale negazione del pensiero moderno), che di natura pratico-politica (appoggio all'intransigenza papale contro il nuovo Stato italiano nato dalla presa di Roma), da lasciare da parte lo studio della storiografia di Acri, Bertini, Ferri, Berti, Vera, Mariano, Labanca, per citare i più rilevanti storici della filosofia apparsi in Italia nel secolo XIX, di indirizzo vario. Di essi mi sarei occupato anni dopo concludendo il lavoro della Storia delle storie generali della filosofia, nei volumi IV/2 e V. Conclusi così quanto intrapreso sotto gli auspici di Santinello delineando, se pure in termini non così ampi come nel lavoro del 1977, le dottrine e il lavoro storico di autori anche nuovi come: Poli, Bertinaria, Cusani, Centofanti, Gatti, Mamiani, Galluppi, Rosmini (come storico), Gioberti (come storico mancato), Borrelli, Winspeare, Sancasciani, Pezza-Rossa, Michele Baldacchini Gargano, Pessina, Luigi Palmieri, Blanch, Bonelli, Perrone, Cantù.

19. La prima occasione per affrontare lo studio di Rosmini e della "questione rosminiana"  ritornaIndice (1K) 

Occupandomi della guerra mossa dai neotomisti a Rosmini sono stato indotto ad occuparmi del gesuita p. Giovanni Maria Cornoldi e ad indagare nei molteplici ambiti in cui questo dinamico gesuita si era espresso. La monografia su di lui è in realtà uno studio sull'intero movimento neotomista nei suoi influssi sul comportamento politico e culturale dei cattolici, non solo italiani (Neotomismo e intransigentismo cattolico, 2 voll., 1986-1989). Essendo stato Cornoldi l'animatore della guerra antirosminiana, mi sono occupato della stessa condanna di Antonio Rosmini da parte del Santo Uffizio, provocata da lui. Ha giocato in questo nuovo interesse la celebrazione del centenario della pubblicazione del decreto Post obitum (1987), nel quale erano state accolte le accuse di panteismo ed ontologismo rivolte alla produzione del Roveretano da parte del gesuita. Ho cercato quindi di capire le "ragioni" del pensatore di Rovereto, cogliendo la genialità di molte sue dottrine, in particolare di quelle ontologiche, da cui discendono anche quelle che oggi si considerano più rilevanti, come le politiche ed ecclesiologiche.

In una monografia, L'ultima fase della questione rosminiana e il decreto "Post obitum" ho formulato delle ipotesi sulle reali motivazioni del decreto Post obitum, esponendo quella plausibile, di una strumentalità della posizione della Chiesa nei confronti di colui che appariva essere, a torto od a ragione, il capofila del cattolicesimo liberale. Solo recentemente ho potuto verificare la bontà delle mie ipotesi: essendo rimasti in quel 1987 gli archivi della Congregazione del Santo Uffizio rigorosamente chiusi a studiosi come me, non mi era stato possibile capire come mai si era arrivati a quaranta proposizioni da condannare, ed a un decreto così sibillino da un lato, e così duro da un altro. Ora, grazie alla lungimiranza di papa Giovanni Paolo II, gli archivi delle due Congregazioni "dottrinali" della Chiesa cattolica sono stati resi consultabili. Ad una attenta consultazione dei documenti mi resi conto che si era montata una procedura apposita per ottenere a tutti i costi la condanna. Per un esplicito volere di papa Leone XIII si erano cercate le proposizioni da condannare e si era posto in tal modo Rosmini nella condizione di non poter più essere il pensatore di riferimento di molti cattolici che cercavano nella riforma della struttura ecclesiastica una via per fermare il dissidio tra Chiesa e mondo moderno, dissidio per molti aspetti ingiustificato e deleterio.

20. Porto la mia casa a Genova, e ricostituisco una famiglia  ritornaIndice (1K) 

Sempre in bilico tra vita e ricerca, ebbi la ventura di fare un incontro che cambiò (stavolta in meglio) la mia esistenza. Durante la vacanza dell'estate 1982 conobbi in Trentino una dolce persona, segnata pure lei da un lutto gravissimo, come la morte del consorte. Era una bella vedova, con due bambine, e viveva a Genova. Fu un colpo di fulmine. In un primo momento non pensai a null'altro che a godere con intensità l'accensione di un nuovo legame. Poi fui preso da molte preoccupazioni e rimorsi. Un problema nasceva dalla vicinanza temporale con la tragedia che avevo appena patito. Era giusto sostituire una persona il cui ricordo era ancora vivissimo, con un'altra persona, solo perché si era acceso un legame travolgente e intenso? Resistetti, ma poi alla fine compresi che dovevo arrivare con questa persona ad una spiegazione.

Irene (così si chiamava la persona che amavo ora, e che avrei amato sempre) ed io unimmo due famiglie dimidiate per eventi tragici, e ne facemmo una sola. Mi trasferii nell'estate 1983 a Genova, luogo di residenza di Irene (Nene per gli amici e parenti). Lei aveva trovato un bell'appartamento a Pegli, in vista del porto di Genova e del Monte di Portofino, in collina (Quartiere Giardino). La nuova famiglia superò un complesso rodaggio e mi trovai a capo di una tribù di quattro individui simpatici e maturi, nonostante la giovane età. Irene intraprese un lavoro prezioso, facendo miracoli per amalgamare tutti.

Iniziò la mia nuova vita in una città sconosciuta e difficile per un "foresto". In un primo momento, in quell'estate 1983, mi trovai a malpartito, lontano dalla mia Verona e dagli amici. Molto mi aiutò Irene, introducendomi negli ambienti dei suoi amici. Poi trovai un modus vivendi tra la mia veronesità e la necessità di costituirmi anche come "ligure acquisito". Continuai a fare la spola tra Verona e Genova, in quanto nel frattempo avevo ottenuto l'inquadramento come professore associato confermato, a seguito del giudizio di idoneità nazionale, nella neonata Università di Verona. Mantenendo i miei contatti con Verona feci contentissimi i miei anziani genitori, che mi avevano tutto per loro almeno un paio di giorni per settimana nel grande appartamento della famiglia, in via della Valverde, 47.

La Facoltà di Magistero di Verona pensò bene di incrementare il numero dei suoi professori di prima fascia, e bandì un concorso per Storia della filosofia contemporanea. Era la cattedra giusta per me, anche se il Consiglio dei docenti di ruolo di quella Facoltà aveva pensato con tale bando che potevano concorrere più docenti che a Verona si erano fatte le ossa. Stefano Zecchi, titolare di Estetica, non ancor reso famoso dalla partecipazione agli spettacoli televisivi, e per niente noto come romanziere e saggista "leggero", ma già allora dotato di molta grinta e senso dell'attacco, fece di tutto per fermare in Consiglio di Facoltà la mia candidatura, apparendogli io troppo "clericale". Non ce la fece: il concorso si bandì dalla Facoltà senza espliciti impegni da parte dei suoi professori per questo o quel candidato (ricordo che si era contrapposta alla mia candidatura quella di Guido Davide Neri); e si espletarono le formalità tra il 1984 ed il 1986. Il concorso per la cattedra veronese di Storia della filosofia contemporanea lo vinsi io, avendo avuto come giudici storici della filosofia del calibro di Nicola Badaloni, Enrico Berti, Giuseppe Cambiano, Aldo Gargani, Tullio Gregory, Giuseppe Martano, Armando Plebe, Paolo Rossi, Giovanni Solinas (che votarono all'unanimità per me).

Ribadisco che in quel concorso ebbi il particolare e pieno appoggio di Enrico Berti, il quale, in un certo senso, pose rimedio ad uno "scivolone" concorsuale compiuto da Santinello alcuni anni prima, quando, in un concorso a cattedre, aveva dovuto in un certo senso "sacrificare" me e Piaia ad una sorta di "ragione di Stato", che finì con il favorire il mio collega padovano Antonio Pavan (che con la nostra "scuola storiografica" ben poco aveva a che fare). Quelle scelte di Santinello, particolarmente criticate da molti, non fecero scemare la mia stima verso il maestro. Compresi infatti che con quella scelta di candidati aveva dovuto saldare debiti pregressi, anche a nome delle precedenti gestioni concorsuali di Giacon. Faccende di ordinaria Accademia; regole cui ognuno si doveva piegare. Piaia, ricordo, prese male l'eliminazione al concorso del 1981, ed ebbe il coraggio di contestare le scelte di Santinello, entrando in conflitto con lui. Chissà perché, ma io non ebbi alcuna reazione negativa o di delusione con il mio "capo" (pur essendo il suo assistente più anziano). Era andata così e basta!

21. Il trasferimento accademico alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Genova  ritornaIndice (1K) 

Appena compiuto il mio periodo di straordinariato sul posto della Facoltà di Verona, che mi aveva chiamato nel 1987, pensai ad un trasferimento a Genova. Cosa difficilissima, ma non impossibile, tanto è vero che, con il passaggio di Luca Obertello alla cattedra di Storia della filosofia medievale della Facoltà di Lettere e Filosofia nell'Università di Genova, si rese libera una cattedra, appunto di Storia della Filosofia. Posi, su suggerimento di Obertello, la mia candidatura per un trasferimento ed ebbi l'assenso e l'appoggio dello stesso Obertello, di Antonio Mario Battegazzore, Evandro Agazzi, Flavio Baroncelli. Debbo qui ringraziare tutti questi miei colleghi per la fiducia che hanno subito avuto in me, che venivo da altro Ateneo, e che non era filosofo teoretico. Mi avversava Alberto Caracciolo, titolare a Lettere e Filosofia di Filosofia teoretica, ancien élève di Sciacca a Pavia; egli pensava che il posto che si era reso disponibile dovesse andare a suoi allievi, ed asseriva che la sua scuola di pensiero era un "unicum" e andava sviluppata. Era appoggiato nell'avversione per il sottoscritto dal suo allievo Giovanni Moretto (che di recente è prematuramente mancato). Caracciolo e Moretto avevano probabilmente riserve sulla mia metodologia di lavoro storico, parendo a loro che le mie ricerche vertessero su filosofi minori e che io non avessi alcuna vis theoretica. Possibilista sul mio trasferimento era Italo Bertoni.

Si arrivò alla mia chiamata e la Facoltà di Lettere e Filosofia, grazie alla sapiente mediazione del Preside di essa, il latinista Ferruccio Bertini, fu unanime nel chiamarmi sulla cattedra di Storia della filosofia. Con il 1° novembre 1990 presi servizio. Qualche giorno prima scompariva inaspettatamente Alberto Caracciolo, col quale mi ero rappacificato. Il suo posto venne preso da Giovanni Moretto. Ora, con la dipartita di Moretto, la scuola teoretica caraccioliana vede il proseguimento dell'eredità da parte di Domenico Venturelli e Gerardo Cunico, miei validi colleghi. La scuola caraccioliana a volte mi fa pensare, nel suo sviluppo e nella metodologia dei suoi allievi, alla scuola metafisica di Marino Gentile (fino a che Gentile ne fu a capo). Con la differenza che tale scuola ora si è dissolta, mentre la scuola caraccioliana, basata su altri presupposti teoretici, che larga parte fanno all'analisi del nichilismo, visto in termini positivi, tende a continuare. Moretto ha contribuito fortemente a far conoscere le opere di Caracciolo ed a ripubblicarle, divulgando il pensiero del filosofo veronese (sì, lui era di San Pietro di Morubio). In tale lavoro fui coinvolto anch'io, organizzando in Verona un convegno riuscito, nel 1991. Pur essendo stato agli inizi avversato dalla scuola caraccioliana, ho poi avuto nei confronti di essa un buon rapporto.

Nel mio nuovo posto genovese potei avere fecondi contatti con colleghi e riuscii a farmi pure degli amici tra di docenti. Entrato nel Dipartimento di Filosofia divenni direttore di esso in modo rocambolesco, senza volerlo quasi. Restai in quella carica per sei anni e forse più, perché dovetti sostituire poi per quasi sei mesi il collega Battegazzore, colpito da un grave malore. Fu un'esperienza umana e pure culturale importante, nel senso che il Dipartimento di Filosofia soffriva di parecchi squilibri, ed aveva una sistemazione angusta, precaria. Molto dovetti fare per sviluppare la sua biblioteca, i suoi spazi. Poco riuscii a migliorare. Rimasero problemi di personale, di logistica, che si trascinarono praticamente fino ad ora.

Facoltà di Lettere e FIlosofia dell'Università di Genova

La Facoltà di Lettere e FIlosofia dell'Università di Genova: veduta del loggiato del palazzo Balbi Senarega, in via Balbi "

Con il mio trasferimento "sulla piazza di Genova" vidi accrescere responsabilità ed oneri. Dopo la direzione del Dipartimento di Filosofia divenni Presidente del Centro servizi bibliotecari della mia Facoltà di Lettere (CSB intitolato a "Romeo Crippa", e biblioteche dei Dipartimenti), e lavorai così per incrementare l'organizzazione delle biblioteche di Facoltà (avendo avuto la collaborazione della dott. Enrica Nenci, valida bibliotecaria e direttrice della "Crippa"). Poi fui eletto dai colleghi Presidente del Consiglio del corso di laurea in Filosofia, e mi tuffai nella riforma degli ordinamenti dei corsi universitari italiani, meglio nota come "riforma Berlinguer". Non sono ancora riemerso da quella situazione, perché negli ultimi anni si è assistito, con l'introduzione del cosiddetto "3+2", ad un'accelerazione inimmaginabile solo dieci anni fa di burocrazia nella conduzione dei corsi di studio. Stendo un velo pietoso su questo mio impegno, in cui sono inadeguato, per la complessità delle problematiche, la contraddittorietà delle norme, e la "furbizia" di molti che sperano di trarre profitto "nepotistico" (e non voglio aggiungere altro) dal disordine esistente.

Il trasferimento a Genova come lavoro fu un vantaggio anche per la mia famiglia. I miei ragazzi e le due figlie di Irene studiarono regolarmente al liceo ed all'Università. Seguirono tutti la loro strada, senza alcuna interferenza da parte mia. Ora lavorano tutti felicemente. Il figliolo più grande, divenuto ingegnere civile, si trasferì a Verona, operando in un certo senso un ritorno: ora è sposato e felice padre di un bimbetto, Davide, di tre anni e di una bimba, Sofia, arrivata a Natale 2006, ad allietare tutta la famiglia Malusa. Il figliolo più piccolo, laureatosi in Biologia, ha seguito la strada della specializzzazione bioinformatica e si è trasferito (per mancanza di prospettive di ricerca genovesi) a Siena, dove ha trovato collocazione in una multinazionale. Delle due ragazze debbo dire che la più grande ha preferito la carriera di insegnante di Matematica; e che la più piccola ora lavora presso lo studio di un commercialista.

nipote

Mio nipotino Davide

A Verona resta, in ogni caso, la "base" della mia famiglia. I miei genitori vennero a mancare, rispettivamente nel 1989 mia madre (e io dettai l'epitaffio sulla sua lapide in cimitero: «Il tuo affetto di sposa, madre ed educatrice resterà sempre nei nostri cuori»), e nel 1997 mio padre (novantenne). Rimangono nella città scaligera (così si scrive con enfasi) uno dei miei due fratelli (Marcello, bancario in pensione); e , naturalmente, il mio figliolo maggiore, che vive con la moglie ed il figlioletto a Tregnago, nella bella val d'Illasi. L'altro mio fratello, il minore, Mario, pure lui bancario in pensione, vive da qualche tempo a Brescia. Dico spesso agli amici che il conto della vita e della morte vede oggi, per la mia famiglia, più ospiti al Cimitero Monumentale che persone viventi, e "vestenti panni".

22. Le conseguenze dello spostamento del mio baricentro in Liguria: l'impegno nella Società filosofica italiana  ritornaIndice (1K) 

Il mio passaggio a Genova significò parecchie nuove scelte. Fui indotto ad occuparmi dal collega Obertello dell'Associazione filosofica ligure (AFL), che è anche sezione ligure della Società filosofica italiana (SFI). Divenni presidente di questa AFL, che era stata fondata nel 1941 da Adelchi Baratono, e mi diedi da fare per divulgare gli studi filosofici nella realtà ligure. Preparai convegni, organizzai conferenze, seminari, incontri nelle scuole secondarie. Partecipai al Congresso Mondiale della Fédération Internationale des Sociétés de Philosophie (FISP), che si tenne a Mosca nell'agosto 1993 (era Presidente di quella Federazione il nostro Evandro Agazzi), e a diversi congressi nazionali. Mi impegnai nella collaborazione con i docenti alla sperimentazione didattica della filosofia nelle scuole secondarie.

Mi aiutò molto in tutto questo Paola Ruminelli, docente della scuola secondaria, dotata di rare doti di amore per la filosofia, che, nella sua veste di Segretario-Tesoriere dell'Associazione, seguì i miei indirizzi e mi indicò determinate scelte strategiche. Dopo il suo "ritiro" da questa importante carica, avvenuta alla fine del mio mandato, Paola si è gettata a capofitto nella produzione filosofica, con alcuni risultati brillanti.

Fui Presidente dell'AFL dal 1992 al 1998. Organizzai nel 1998 il ritornaIndice (1K)XXXIII Congresso nazionale della SFI in Genova, su mandato dell'amico e collega Enrico Berti, presidente uscente. Il congresso, che riuscì bene, ma costò un grande sforzo organizzativo, e una spasmodica ricerca di sponsorizzazioni, ebbe come titolo: La trasmissione della filosofia nella forma storica. L'argomento lo avevo scelto io, con l'avallo di Berti, e mirava a promuovere un ampio dibattito tra i professori italiani di Liceo e di Università sul mantenimento nell'insegnamento secondario della storia della filosofia, dopo una serie di sperimentazioni tese a dare un respiro diverso ai metodi ed ai contenuti programmatici. Il dibattito ci fu, e vide contrapposti coloro i quali ritenevano ancora attuale il mantenimento della forma storica, e coloro i quali suggerivano l'introduzione della cosiddetta forma problematica (metodo zetetico), al fine di adeguare l'insegnamento della filosofia a nuove situazioni create dall'evoluzione stessa della scuola e dei suoi criteri informatori.

La verità è, a mio avviso, che, mancando nella scuola secondaria una chiara indicazione programmatica per l'insegnamento filosofico, e perdurando da anni l'attesa di una riforma organica, le varie sperimentazioni divulgate ed autorizzate altro non hanno fatto che creare confusione. In tal modo nessuno ha abolito formalmente i programmi di Giovanni Gentile, datati 1923 e sostanzialmente conservati con qualche modifica. Nessuno li segue più, ma essi incombono con alcune conseguenze indesiderate. La pesante egemonia del manuale di storia della filosofia sembra che stia per finire, anche se non è imputabile a Gentile, che anzi, nei programmi da lui delineati, indicava la scelta di testi rilevanti da commentarsi da parte degli insegnanti e da studiarsi da parte degli alunni, in vista degli esami di maturità.

Proprio i risultati del congresso SFI mi indussero a partecipare con maggior impegno alla vita della Società filosofica italiana, al suo vertice. Fui eletto nel consiglio direttivo per il triennio 1998-2001, ed il presidente Giovanni Casertano mi volle come vice-presidente. Per me fu un triennio intenso, speso nella ricerca di proposte per gli imminenti e promessi programmi della scuola secondaria superiore. Collaborai alla stesura di documenti della Commissione didattica della SFI, tendenti a indicare nella centralità del testo filosofico classico la scelta decisiva per la filosofia nella nuova scuola secondaria. In questo mio impegno conobbi ad apprezzai una geniale e preparata Ispettrice ministeriale, Anna Sgherri Costantini, di cui divenni amico, e che si dimostrò persona capace di dare sintesi al lavoro della Commissione didattica.

23. La Presidenza della Società filosofica italiana  ritornaIndice (1K) 

Per questo mio impegno in ambito SFI un gruppo di soci mi spinse a porre una mia candidatura in vista di una mia Presidenza nazionale. Fui rieletto nel consiglio direttivo al Congresso di Urbino, e poi eletto da quel direttivo a Presidente nazionale per il triennio 2001-2004. Evidentemente i colleghi che mi vollero presidente ritennero che fossi degno di figurare nella successione di tanti Presidenti nazionali, succedutisi dal 1903-1906 in poi. Spinto da un un po' di vanità, lo confesso, ricordo che Presidenti SFI furono Federigo Enriques, Piero Martinetti e Francesco Orestano, per citarne alcuni nel periodo delle origini, e poi, nel secondo dopoguerra, sempre per citarne alcuni: Mario Dal Pra, Marino Gentile, Pietro Prini, Evandro Agazzi, Paolo Rossi, Franco Alessio, Girolamo Cotroneo, Armando Rigobello, Gabriele Giannantoni, Enrico Berti, Giovanni Casertano.

Si aprì un periodo per me intensissimo, reso abbastanza agevole sia dalla collaborazione di Anna Sgherri, che dalla dedizione dimostrata dal Segretario-tesoriere Emidio Spinelli, il quale, essendo al quarto mandato in quella carica, era "la SFI personificata". Grazie a Spinelli, ad un direttivo ben disposto, ed a una commissione didattica reattiva, potei organizzare parecchie iniziative. Sistemai il «Bollettino» dell'Associazione, con l'aiuto del vice-presidente, l'amico Gregorio Piaia, diedi impulso alla discussione in vista della riforma della secondaria promovendo a Roma, a fine novembre 2003, nella sede del CNR, un convegno sulle prospettive che l'insegnamento della filosofia apriva con i nuovi otto licei previsti dalla riforma Moratti. Il convegno su seguito da una folta pattuglia di professori: venne ad inaugurarlo il Presidente del Senato, Marcello Pera, che si dimostrò cordialissimo nei miei confronti, elogiando l'iniziativa. Credo che questo convegno servì a lanciare la proposta che la Filosofia si potesse e si dovesse insegnare in tutti i Licei. Ne fu convinto anche il "consigliere" del Ministro Moratti, il prof. Giuseppe Bertagna, intervenuto pure lui all'inaugurazione.

Nel momento in cui io scrivo si sta facendo concreta la prospettiva di un rinvio della riforma degli "otto Licei": peccato, perché le indicazioni programmatiche per la filosofia che si ottennero allora non torneranno facilmente in altri progetti di riferma che intenderanno "sostituire" la riforma voluta da Letizia Brichetto Moratti.

Sono rimasto soddisfatto dal lavoro svolto, e per il fatto che con il Ministero MIUR si sono stabiliti accordi di collaborazione, grazie ad un protocollo di intesa SFI-MIUR, da me firmato (seconda applicazione) per una consultazione continua sui contenuti programmatici della riforma, e per un contributo ministeriale alle attività formative dell'Associazione. Tale accordo ha incominciato a dare i suoi frutti sotto la presidenza del mio successore, Mauro Di Giandomenico. C'è che semina e chi … raccoglie! Sono quindi uscito dalla Presidenza, nel congresso di Bari del 2004, con la consapevolezza di aver posto dei punti fermi nell'attività di un'associazione, che, nel 2003, nel Convegno di Ancona (vedasi una mia relazione dal titolo: Il Centenario della Società Filosofica Italiana), festeggiò i cento anni della sua "programmazione" (avvenuta grazie agli incontri promossi da Federigo Enriquez nel 1903), e che ora, nel 2006, festeggerà a Roma il centenario del suo primo Congresso ufficiale. Vale anche in questo caso il detto su chi semina e chi raccoglie.

Se un cruccio mi rimane dalla mia Presidenza, riguarda il fatto che nel corso di essa non si è invertita la tendenza di un progressivo disinteresse dei professori e dei ricercatori universitari per le questioni didattiche e legislative dibattute dalla SFI. Con la conseguenza di sezioni che si sostengono grazie quasi esclusivamente ai soci professori di Liceo, persone bravissime, impegnate, pure colte e preparate nella maggioranza, ma non adatte a sostenere l'intero peso di un'associazione come la SFI che è la prima e la meglio organizzata tra le associazioni filosofiche in Italia. Per acquisire ulteriore autorità la SFI dovrebbe essere condotta da rappresentanti di tutte le sue componenti.

Inoltre debbo dire che non ho avuto un dialogo facile con quei componenti della SFI, per la maggior parte provenienti dalla secondaria, i quali puntano a dare preferenza nella stessa discussione sui programmi, ad una sorta di "didattichese", che è la negazione dell'apertura della filosofia alla ricerca della verità. Ritengo sbagliato collocare il discorso filosofico semplicemente tra i tanti discorsi delle scienze e delle tecnologie. In questa mia polemica contro la didattizzazione, portata avanti anche sul bollettino della SFI, ho avuto parecchie critiche e, forse, incomprensioni. Resto tuttavia convinto che non occorre accentuare più di tanto il linguaggio pedagogico, con un certo suo tecnicismo vuoto, nella formazione degli insegnanti, e nel loro aggiornamento.

Al Congresso di Bari non mi candidai ed uscii quindi dal direttivo della SFI, parendomi che due mandati in esso fossero abbastanza. Diedi un segnale per qualche componente del direttivo SFI che sta in esso da qualcosa come vent'anni! Il guaio è che per il direttivo non esiste norma statutaria che limiti i mandati. Mi pento di non aver avviato con la mia Presidenza una modifica dello statuto tendente a fermare la moltiplicazione di mandati.

24. L'impegno nella formazione dei docenti di Filosofia  ritornaIndice (1K) 

Il mio impegno in SFI ha prodotto un altro risultato importante: l'impegno nella Scuola di Specializzazione per l'Insegnamento nella scuola secondaria (SSIS) che l'Università di Genova ha istituito alcuni anni or sono. Dopo un difficile rodaggio l'attività di questa scuola, che prepara i futuri insegnanti, fornendo loro elementi culturali e metodologici per l'insegnamento, e vagliando le loro capacità attraverso tirocini e laboratori, ha acquistato autorevolezza. Mi impegnai sia come docente di Didattica della Filosofia, che come coordinatore dell'indirizzo della SSIS Liguria per la Filosofia e le Scienze umane. Debbo ammettere che fu ed è un impegno notevole, perché i problemi di questa struttura sono tanti. Ho la soddisfazione di aver fatto prevalere nel mio indirizzo una sorta di diffidenza proprio per quel didattichese che in SFI impera, e per aver sostenuto la centralità del testo filosofico come elemento portante della didattica.

Gli specializzandi, nella loro attività in Didattica e Laboratorio della Filosofia, studiano i grandi filosofi, e discutono i passi fondamentali delle loro opere da presentare per la riflessione e lo studio agli alunni della secondaria. L'attività da noi è incentrata sui testi, non sulle inconcludenti discussioni di pedagogia e di metodologia e didattica fine a se stesse. Ho avuto in questo mio impegno la collaborazione di parecchi dei miei colleghi docenti e di due persone preziosissime. Una è la professoressa Sgherri, l'ispettrice che tanto aveva con me collaborato alla SFI, e che ora, essendo ligure, presta con entusiasmo la sua collaborazione alla SSIS Liguria; l'altra è la professoressa Ivana Gambaro, insegnante supervisore di Tirocinio nelle classi 037A e 036A, che in fatto di organizzazione e di coordinamento è insostituibile. Grazie a queste collaborazioni riesco a procedere nella complessa attività che ogni anno comporta reclutare e formare i giovani laureati, evitando, se possibile, le interferenze dei "professionisti" del didattichese, invadenti ma, per fortuna, inconcludenti, calamità per tutte le SSIS d'Italia (a quel che sento).

25. L'ulteriore impegno nelle ricerche sul pensiero di Rosmini  ritornaIndice (1K) 

Lasciate le questioni legate ai miei impegni di docente e di gestione delle attività del mio Ateneo, ritorno alle scelte di ricerca. Studiando, mentre ero ancora a Verona, per la preparazione di alcuni miei corsi, un pensatore tanto complesso quanto rilevante per il cattolicesimo come Antonio Rosmini, mi resi conto che egli non era ancora conosciuto, specialmente per la parte riguardante il suo impegno politico concreto. Dopo avere studiato la questione rosminiana compresi che meritava anche lo studio del Rosmini politico, che pure era già stato affrontato da eminenti studiosi come Bulferetti, Capograssi, Piovani, Traniello, Campanini. Di qui l'edizione completa dello scritto rosminiano Della missione a Roma negli anni 1848-49 (1998), e le ricerche conseguenti finalizzate ad illustrare gli episodi significativi del suo impegno politico e poi a capire i reali motivi della condanna all'Indice dell'opera Delle cinque piaghe della Santa Chiesa. Ora mi accingo a raccogliere, con l'aiuto del mio discepolo Paolo De Lucia, tutti i saggi che alcuni anni or sono ho scritto al fine di lumeggiare diversi aspetti dell'impegno politico di questo grande filosofo italiano, specialmente nella direzione della rivendicazione del federalismo come della soluzione politica di indipendenza nazionale adeguata al momento storico; credo che sia un omaggio rilevante a lui, che ora sta per essere elevato alla gloria degli altari da parte della Chiesa cattolica.

Vorrei far rilevare, a beneficio di qualche lettore magari distratto o non aggiornato sulle situazioni accademiche, che il mio interesse per Rosmini non nacque in Genova e per le tradizioni di studi rosminiani presenti a Genova dal magistero (nel senso di "insegnamento" ed "esempio") di Michele Federico Sciacca in avanti. Nel momento in cui approdai alla Facoltà di Lettere, capii che ancora esistevano delle posizioni di difficoltà nei rapporti tra i filosofi di questa Facoltà e quelli della Facoltà di Magistero (che sarebbe divenuta in quegli anni Facoltà di Scienze della Formazione). Mantenni rapporti eccellenti tanto con i miei colleghi di Facoltà e di Dipartimento quanto con i professori che si proclamavano gli eredi del rosminianesimo di Sciacca: in particolare con Maria Adelaide Raschini e con suo marito, Pier Paolo Ottonello (che avevano creato un loro Dipartimento intitolato a Sciacca). A dire il vero con questi due colleghi avevo intrapreso fecondi contatti quando la mia ampia ricerca sulla storiografia filosofica italiana nel secondo Ottocento venne pubblicata nella collana del Centro CNR fondato da Sciacca e dedicato al pensiero italiano e francese dell'Ottocento e del Novecento, che Raschini dirigeva con competenza.

Ho apprezzato il ruolo di Sciacca nell'ambito della ripresa del rosminianesimo, e l'ho anche scritto in vari studi; però non ho mai ritenuto che Sciacca fosse l'unico interprete del pensiero di Rosmini. Ho anzi cercato di fare di tutto, nel mio piccolo, perché la figura di Rosmini uscisse dall'ambito di una segregazione spiritualistica, che rischiava di farne qualcosa di stantio, superato. Molti pensano che per il pensiero italiano la parabola di Rosmini e di Gioberti sia compiuta, e che sia solo manifestazione di provincialismo il continuare a studiarli. Parecchi pensano che a Genova si sia studiato un Rosmini di maniera, senza incisività. Io ritengo che la scuola sciacchiana abbia avuto i suoi meriti, e penso che abbia contribuito ad un rilancio, attraverso le attività stresiane dei Padri rosminiani, della statura di Rosmini, educatore, riformatore, intellettuale impegnato, ed insieme raffinato pensatore, autore di una superba sintesi sistematica.

26. Lo studio del pensiero di Rosmini tra apologetica, scolasticismo e dimensione storico-filologica  ritornaIndice (1K) 

La perennità del pensiero rosminiano postula studi storici seri su di lui e su tutto il pensiero italiano. Per chiarire le vere dimensioni della metafisica, della politica e dell'antropologia rosminiane occorre riprendere i molti testi, editarli come si deve (non sempre le due Edizioni nazionali delle opere di Rosmini sono state sono all'altezza della situazione); occorre rivedere l'epistolario rosminiano, studiare i vari carteggi di Rosmini. Senza una base ricca di documenti non si va molto avanti. Debbo dire che il Centro internazionale di studi rosminiani fa quel che può. Non dovrebbero però in esso prevalere la mentalità apologetica, od un certo scolasticismo. Lo dico in senso costruttivo, perché riconosco che l'obiettivo dei Padri dell'Istituto della Carità (dei quali dirò più avanti) è di valorizzare l'attualità del messaggio del proprio fondatore, e quale fondatore!, e non quello di contribuire alla "ricostruzione" storica delle vicende speculative dell'Ottocento italiano (obiettivo di studiosi come me). Mi si permetta tuttavia di insistere perché da parte del Centro internazionale di studi rosminiani in quanto tale non siano risparmiati i mezzi e le forze per documentare in sé la grandezza di Antonio Rosmini nel contesto della nostra storia. Grandezza che non esclude la possibilità di critiche filosofiche e di discussioni "a tutto campo", anche riguardo a punti discutibili del pensiero ed a scelte contestabili sul piano pratico-politico.

Simposio rosminiano 
di Stresa (fine agosto 2006))

La mia partecipazione ad uno dei pił recenti convegni dei Simposi rosminiani di Stresa (fine agosto 2006), assieme a Siro Lombardini ed a Dario Antiseri

A proposito di queste critiche, necessarie per la serenità dei giudizi storici, sono incorso in un piccolo infortunio del tutto involontario nei confronti del processo di beatificazione di Rosmini, in corso da qualche anno. La pubblicazione da parte mia dei documenti ancora inediti del commentario rosminiano Della missione a Roma, ha suscitato diverse riserve in ambienti clericali rimasti legati ad una valutazione pienamente repressiva del Post obitum, ed osannanti alle chiusure di padre Cornelio Fabro. Questo geniale Stimmatino, studioso di valore di Kierkegaard, e acuto tomista, ha ritenuto non superate, anzi attualissime, le condanne di Rosmini. Fabro, con il suo L'enigma Rosmini (1989), continua ad essere un punto di riferimento per i pochi ma tenaci prelati conservatori antirosminiani. Per inciso: a suo tempo, nel 1988, Fabro non aveva neppure risposto all'invio del mio lavoro L'ultima fase della questione rosminiana, nel quale citavo documenti e circostanze concrete: non so se attribuire tale omissione a dimenticanza (dato che Fabro era ormai anziano), o ad un giudizio di negazione aprioristica dei miei argomenti storici.

Secondo i prelati conservatori la pubblicazione da parte mia del giudizio negativo che il pensatore di Rovereto aveva portato sul comportamento tenuto in Gaeta nei suoi confronti da parte di papa Pio IX ha rivelato un "altro Rosmini", contribuendo alla formulazione di alcune riserve circa l'opportunità di proporre la figura di lui alla gloria degli altari. I giudizi rosminiani, a volte impietosi, sul comportamento del Pontefice in ambito di gestione delle crisi politiche del 1848-49, e sul carattere (e i difetti psicologici) del Pontefice, sono però giustificati da un'inspiegabile ambiguità ed incoerenza di papa Mastai nei confronti proprio delle problematiche relative all'unificazione italiana ed al ruolo dello Stato della Chiesa. Alcuni prelati, evidentemente insoddisfatti della Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede (2001), in cui era chiarita la portata del decreto Post obitum, ed in cui si affermava che le dottrine di Rosmini contenute nella postuma Teosofia non erano state in sé condannate, hanno tentato di fermare il processo canonico per la beatificazione di Antonio Rosmini. Si sostenne che, nell'occasione dei giudizi scritti sul comportamento del papa, il filosofo era venuto meno ad un esercizio eroico delle fondamentali virtù cristiane, che sono, come è noto, fede, speranza, e carità. La questione era aggravata dal fatto che Pio IX è stato elevato nel 2000 alla gloria degli altari con la sua proclamazione a Beato (assieme a papa Giovanni XXIII). L'espressione di giudizi taglienti ed impietosi su un Beato non vanno tanto bene, secondo alcuni: ma così ragionando costoro dimenticano che il papa già Beato e il filosofo che dovrebbe essere proclamato tale si sono affrontati centocinquant'anni e più fa, in contesti di politica e non di fede o costumi.

Credo di poter pensare che la scoperta di una reazione risentita e forte di Rosmini contro le angherie cui egli era sottoposto nell'ambiente curiale (avallate dalla pusillanimità di Pio IX) non debba fermare nessun processo di beatificazione, perché quanto Rosmini sosteneva era risaputo da tempo, addirittura dalla pubblicazione nel 1881 della versione "purgata" ed incompleta del Commentario. Coloro i quali hanno esaminato la vasta Positio sulle virtù di Rosmini, al fine di avanzare la causa di beatificazione, avevano già un quadro preciso della situazione ed avevano stabilito che il Servo di Dio (ed ora Venerabile), nonostante tutto questo, e forse proprio per questo, aveva esercitato le sue virtù eroicamente, lasciandosi praticamente "demolire" nella fama e nella credibilità dalle calunnie incrociate degli avversari, avallate dalla Curia romana. Il contributo della mia pubblicazione (che è risultata successiva alla Positio) è stato di fare sapere che la reazione rosminiana aveva avuto una misura drastica. I documenti debbono essere sempre fatti conoscere, costi quel che costi: sarebbe stata disdicevole per uno studioso l'attenuazione delle circostanze di certe eventi e di certi giudizi morali e speculativi. Queste mie considerazioni le ho fatte conoscere anche alla Congregazione per le Cause dei Santi in Vaticano.

edizione missione a Roma di Rosmini

"L'edizione da me curata della missione a Roma di Rosmini, che suscitò alcune preoccupazioni per la pubblicazione di alcuni testi che sembravano porre Rosmini in cattiva luce"

27. Dall'Archivio di Stresa agli Archivi vaticani  ritornaIndice (1K) 

Dalle ricerche sull'azione politica di Rosmini riprese vigore anche l'impegno per il recupero di molti documenti ancora inediti riguardanti la "questione rosminiana", cioè l'insieme di tutte le polemiche sull'ortodossia del pensiero rosminiano entro la Chiesa cattolica. Presi a frequentare il Centro internazionale di Studi rosminiani di Stresa, con il suo prezioso archivio storico dell'Istituto della Carità (ASIC), ed entrai in feconda collaborazione con i Padri rosminiani, dai quali ebbi aiuto nelle molte ricerche compiute. Ebbi ospitalità fraterna presso la comunità dei Padri del Centro, e potei lavorare in archivio con continuità. Padre Umberto Muratore, l'efficiente direttore del Centro (oggi anche Provinciale d'Italia dei Rosminiani), autore di diverse monografie su Rosmini; Padre Cirillo Bergamaschi, il caro e competentissimo bibliotecario del Centro, l'estensore della fondamentale Bibliografia rosminiana; Padre Remo Bessero Belti, coltissimo equilibrato studioso, direttore di «Charitas» (da poco scomparso); ed infine padre Alfonso Ceschi, il solerte ed efficiente archivista, grazie a cui l'ASIC per me non ha (quasi) più segreti, mi offrirono una particolare collaborazione.

Allo scopo di completare le ricerche intraprese a Stresa e di intraprenderne di nuove su Vincenzo Gioberti, presi a frequentare gli Archivi vaticani e la Biblioteca Apostolica Vaticana. In particolare però mi indirizzai all'archivio della Congregazione per la Dottrina della fede, che racchiude in sé gli archivi dell'Indice e del Santo Uffizio, da poco accessibili agli studiosi. Come conseguenza di ciò, si potenziò in me l'impegno a cercare di capire l'atteggiamento della Chiesa-Istituzione nei confronti del riformismo che parecchi pensatori cattolici dell'Ottocento professarono, convinti come erano che nella Chiesa di Cristo vi erano parecchie realtà che andavano modificate in vista di un pieno recupero del compito evangelizzatore. Onde impostare il problema della necessità da parte della Chiesa d'oggi di rivedere i propri comportamenti anche nei confronti dei pensatori cristiani ritenuti "pericolosi" o "eterodossi", ho organizzato per il 2 giugno 2000 un convegno dal titolo: Chiesa e pensiero cristiano nell'Ottocento: un dialogo difficile. Ad esso (svolto con la collaborazione dell'Accademia Ligure di Scienze e Lettere e del CNR) hanno partecipato esponenti di rilievo del mondo cattolico e studiosi italiani e stranieri (tra gli altri: Alejandro Cifres Jiménez, Gianluca Cuozzo, Mario D'Addio, Christiane Liermann, Peter Godman, Paolo Marangon, Letterio Mauro, Umberto Muratore, Giuseppe Riconda, Herman H. Schwedt, Francesco Traniello). Il volume degli Atti ha posto dei punti fissi sulla tematica della revisione di alcune condanne, come, ad esempio, quella di Rosmini, di cui ho parlato più volte.

A questo punto credetti di poter fare un'altra scelta importante: attivare l'insegnamento di Storia del Cristianesimo, che non era stato mai tenuto da nessuno nell'Università di Genova. I settori delle discipline storico-religiose (M-STO/06 ed M-STO/07) erano presenti con pochi insegnamenti, e per giunta affidati per incarico (ove si eccettui la Storia della Chiesa, tenuto da una valida docente, Valeria Polonio, esperta in storia della Chiesa genovese nel Medioevo). Ritenni che fosse importante far sentire una voce relativamente alla storia del Cristianesimo in età moderna e contemporanea. Per alcuni anni svolsi l'insegnamento di Storia del Cristianesimo come assegnazione didattica, lasciando provvisoriamente Storia della filosofia. Poi pensai che avrei potuto occuparmi di entrambi gli insegnamenti e ritornai ad insegnare Storia della filosofia, tenendo per affidamento Storia del Cristianesimo. Di anno in anno il corso è stato sempre più apprezzato, pur non essendo frequentato da molti studenti. Per lo più scelgono di fare quell'esame gli studenti del corso di laurea in Storia, o gli studenti stranieri dell'Erasmus.

28. Gli studi sulla storia del cattolicesimo nell'Ottocento e sulle "condanne" della Chiesa  ritornaIndice (1K) 

L'occasione di studiare la storia della Chiesa cattolica nell'Ottocento, attraverso scoperte di archivio interessanti, era troppo ghiotta per lasciarla sfuggire. Mi tuffai nei fondi ora resi disponibili dall'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ricordo che fui tra i primi studiosi a chiedere l'ammissione all'archivio, spiegando che mi interessavano soprattutto gli atti delle condanne di Rosmini e di Gioberti. Ricevetti una bella lettera di assenso e di autorizzazione a frequentare l'Archivio, situato nel palazzo del Santo Uffizio, dall'allora Segretario mons. Tarcisio Bertone (i fondi dell'Archivio e le stanze di consultazione sono site al piano terra del cinquecentesco edificio).

Il mio intento era ed è quello di capire attraverso quali meccanismi complessi delle due Congregazioni romane erano passati i nostri due massimi pensatori cristiani del'Ottocento, e perché le loro dottrine erano state così avversate da arrivare a plurime condanne. Non si possono dare giudizi superficiali sugli argomenti degli stessi avversari di Rosmini e Gioberti, che solo ora possiamo conoscere integralmente. Occorre inoltre capire se nelle condanne le istituzioni furono compatte o se vi furono discussioni e dissensi. Si può avere un quadro preciso dell'atteggiamento della Chiesa-istituzione solo alla avvenuta pubblicazione di tutti gli atti delle condanne. Questo io sto cercando di fare: dopo aver pubblicato nel 1999 gli atti della condanna delle Cinque piaghe della Santa Chiesa di Rosmini, con il volume Antonio Rosmini e la Congregazione dell'Indice, ho pubblicato (in collaborazione con Letterio Mauro) alcuni documenti che si legano agli stessi atti della Congregazione dell'Indice, ma riguardanti Vincenzo Gioberti (Cristianesimo e modernità nel pensiero di Vincenzo Gioberti), ed ora mi appresto a pubblicare, assieme al mio allievo Paolo De Lucia, gli atti integrali della condanna di tutte le opere di Gioberti da parte della Congregazione del Santo Uffizio (1852). In fase di preparazione (con la collaborazione di Eleanna Guglielmi, dottoranda di ricerca) è un volume contenente tutti gli atti del Santo Uffizio che portarono al decreto Post obitum (processo che durò dal 1883 al 1887).

L'utilizzo dei fondi manoscritti del Santo Uffizio e dell'Indice è ora giunto a tal punto di sviluppo, con l'aumento delle ricerche e delle tecniche di approccio al mondo complesso dell'Inquisizione, che ritengo stia per verificarsi un fenomeno interessante: una sorta di "riabilitazione" degli organismi inquisitivi dottrinali della Chiesa cattolica. Ho partecipato a fine novembre 2005 ad un importante convegno a Münster, in Westfalia, dedicato proprio al lancio di studi in grande scala e con grandi mezzi sulla Romana Inquisizione. Hubert Wolf, valente e giovane cattedratico di Storia ecclesiastica alla Facoltà teologica dell'Università di Münster, ha già realizzato con gli studiosi della sua scuola parecchi volumi in cui elenca e documenta l'attività delle due Congregazioni, studiando le sentenze e le persone che alle due Congregazioni sono state addette. Da questo inizio di attività e dalle prospettive che Wolf ha indicato agli studiosi raccolti nella città tedesca, e convenuti da tutto il mondo (ho presentato anch'io una relazione) si desume l'importanza di studiare i meccanismi inquisitivi e repressivi romani, alla luce di una essenziale dialettica tra i diritti della libertà del pensiero e quelli della verità e integrità della dottrina cattolica. Questa dialettica mi pare significativa e credo che proseguirò nella direzione di studiare anche altri casi di repressioni e di indagini da parte dell'Inquisizione, onde meglio capire il contrasto tra pensiero cristiano ed ortodossia religiosa.

palazzo del Santo
Uffizio, in Vaticano

L'ingresso del palazzo del Santo Uffizio, in Vaticano

Nel frattempo continuo ad occuparmi del pensiero dei miei filosofi cristiani e delle circostanze della loro esistenza. Ho rivisto, corretto e pubblicato con nuovi documenti il Carteggio Alessandro Manzoni - Antonio Rosmini (vol. XXVIII dell'Edizione nazionale ed europea degli scritti di Alessandro Manzoni, Milano 2003), avendo sempre la valida collaborazione di Paolo De Lucia, divenuto poi, per queste sue fatiche, ricercatore nell'ambito del settore scientifico-disciplinare di Storia della filosofia. Questa pubblicazione, nonostante alcuni equivoci provocati proprio da rosministi "distratti", che ancora confondono la nuova edizione con quella che ho rivisto, cioè l'edizione di Giulio Bonola, del 1900 (per quegli anni molto accurata, ma, è chiaro, oggi superata), sta a significare che piuttosto che teorizzare su dottrine e personalità, è meglio averle davanti agli occhi dai documenti che hanno prodotto.

Ho in corso ricerche sul pensiero di Gioberti, filosofo quanto mai trascurato dalla storiografia filosofica e dalla nostra recente cultura, e che invece mostra di possedere spunti ermeneutici sul cristianesimo, sulla Chiesa e sulla dinamica incivilimento-religione del massimo interesse. Ho cercato di combattere il pregiudizio antigiobertiano, divulgato da Benedetto Croce, ed insieme ho ridimensionato l'ìinterpretazione di Giovanni Gentile. Il Gioberti che va approfondito è ad un tempo l'ontologo e il metafisico originale e il riformatore politico e religioso, a volte velleitario, ma mai banale.

29. Dall'utopia all'identità europea  ritornaIndice (1K) 

Un filone di interesse e di ricerca che ho sempre coltivato, fin dagli studi sul Rinascimento e sull'umanesimo europeo (Erasmo e Moro), grazie anche all'esempio dei lavori di Giovanni Santinello (che aveva approfondito il nesso Cusano- Colet- Erasmo-Moro), era stato quello riguardante l'utopia. Ero stato sempre colpito da questa ingegnosa descrizione da parte dell'umanista inglese Thomas More di una forma perfetta di Stato situata nel Nuovo mondo, nell'isola di Utopia. Ma ancor più avevo sempre ritenuto paradigma assoluto l'ideale dell'evangelismo moreano basato su un cristianesimo tollerante, vicino all'ideale classico ed al pensiero del cristianesimo primitivo. Ad un certo momento lessi che la visione moreana, incentrata sull'esaltazione della perfetta forma di Stato, la quale nel comunismo aveva il suo punto di forza, poteva essere generatrice di manifestazioni di intolleranza assoluta, se veniva interpretata come un invito a realizzare sulla terra lo Stato perfetto. Lessi poi molto della letteratura sull'utopia e sul romanzo utopico, rendendomi conto che la vicenda plurisecolare delle aspirazioni ad uno Stato perfetto, in grado di garantire la sicurezza e la felicità dei cittadini, aveva avuto esiti ambigui e per certi aspetti veramente paradossali. La più terribile oppressione dell'uomo sull'uomo era scaturita dai regimi totalitari del Novecento nel nome della perfezione dello Stato chiamato a liberare l'uomo in assoluto dai suoi mali, dal male in sé addirittura.

Mi sembrava impossibile che la serena aspirazione di Moro, venata dall'ironia sull'applicabilità delle aspirazioni di perfezione, avesse potuto generare, tra Settecento e Novecento, l'avvio di una mentalità oppressiva. Volli vederci chiaro e studiai quella letteratura tardo ottocentesca e novecentesca che aveva preso il nome di Controutopia, o Distopia. Pubblicai un primo saggio sulla Controutopia (Il romanzo contrutopico nella cultura contemporanea), rilevando che l'oggetto polemico di questi romanzi, che dipingevano gli esiti estremi delle utopie realizzate, ben poco aveva a che fare con le aspirazioni di Moro.

Cercai di comprendere che forse la polemica antiutopistica colpiva le soluzioni estreme delle aspirazioni moderne e contemporanee a proposito di perfezioni: il comunismo collettivistico e l'individualismo industrialistico che si era rovesciato nella dittatura dell'uniformità e della assimilazione globalizzante. Non a caso il capolavoro di Gorge Orwell 1984 prende di mira lo Stato dove l'uniformità ad un pensiero unico prende il volto del Grande Fratello (metafora oggi sconciata proprio dalle sciocchezze mediatiche), mentre il capolavoro di Aldous Huxley Brave New World si preoccupa di denunciare il trionfo delle prospettive di un edonismo industrialistico sfrenato, e spinto fino a eliminare qualsiasi differenza. Nessuna delle due proteste contro la paradossalità dell'utopia realizzata coglie un fatto che dovrebbe invece essere ovvio: Moro, nel gioco intellettuale del suo capolavoro, fa capire che lo Stato di Utopia né esiste, né si può fare esitere in futuro.

La riflessione sui guai che può combinare in giro per il mondo una prospettiva che già Rosmini aveva bollato come «perfettivismo» (concretata in alcuni studi come: La critica dell'utopia realizzata in Huxley e Bradbury: romanzi a confronto sullo sterminio nucleare, e La città e la critica dell'utopia realizzata nel pensiero del Novecento) mi spinse a pensare in che modo avrei potuto recare un giusto riconoscimento all'ideale moreano della tolleranza e della moderazione, anche teologica. Nacque così un mio nuovo interesse, che recentemente ho cercato di sviluppare più che attraverso libri o articoli, attraverso la leadership o la collaborazione in ricerche con studiosi del mio Dipartimento. Sono nati così convegni come Genesi, sviluppi e prospettive e dei diritti umani in Europa e nel Mediterraneo (26-28 ottobre 2004); e Il cattolicesimo liberale: una categoria storiografica da rivisitare (8 marzo 2006).

In questa direzione, di cercare cioè l'antidoto al perfettivismo attraverso una seria riflessione sulla possibilità di operare nelle società e negli Stati in vista dell'affermazione di una visione dell'uomo classica e cristiana insieme, incentrata sul riconoscimento dei diritti fondamentali della persona e delle società umane compiute e ordinate, mi sto muovendo. Mi sono chiesto se, nella situazione attuale dell'Europa dei 25, dopo la faticosa e controversa preparazione di una costituzione europea, nel cui preambolo ogni menzione delle "radici cristiane" è stata accuratamente evitata, non si possano per caso trovare elementi per far crescere il sentimento di "identità europea" proprio incentrandolo sulla visione moreana della tolleranza, visione che, lo ripeto, è classico-cristiana, perché propone una visione della religione in cui il fondamentalismo o l'integrismo non possono aver rifugio.

30. La mia partecipazione al dialogo interreligioso tra i paesi del Mediterraneo  ritornaIndice (1K) 

Per questi miei interessi, esposti in sedi di convegni, noti almeno in Italia, sono stato recentemente invitato a convegni organizzati da paesi del Mediterraneo i quali hanno estremamente bisogno di discutere e confrontarsi circa il dialogo e la tolleranza, soprattutto di carattere religioso. Gli Stati della sponda Sud del Mediterraneo che più credono nel dialogo sono Tunisia e Libano.

Mi sono recato a Tunisi, l'8 ed il 9 dicembre 2004, per un convegno legato al dialogo tra i rappresentanti delle tre grandi religioni monoteistiche: Dialogue des Religions d'Abraham pour la Tolérance et la Paix (organizzato dall'Università di Tunis - El Manar, e diretto dal valente archeologo Muhammar Fantar, titolare della Cattedra intitolata al Presidente Ben Alì sul dialogo e sulla tolleranza). Ho poi partecipato dal 20 al 22 ottobre 2005 a Kaslik, nei pressi di Jounieh (a 40 chilometri a Nord di Beirut), ad un convegno organizzato da quella Università "Saint Esprit", una sorta di felice campus universitario cattolico diretto dai Padri Maroniti, che aveva quale titolo: Dieu et les droits de la différence (responsabili due simpatici professori di quel Dipartimento di Filosofia: il padre Jean Akiki, e la professoressa Houda Nehmé). Le condizioni attuali di guerra e le distruzioni operate nel Libano mi fanno temere anche per questi amici libanesi. Rilevo che neppure un anno fa il Libano era in pace, se appunto era stato possibile al padre Akiki, il decano della Facoltà di Filosofia di Kaslik, di far venire dall'Europa e dall'America diversi studiosi per discutere su Dio e sul modo migliore di trattare di quel tema cruciale tra le diverse religioni. Nel giro di poco tempo un paese ricco di iniziative e di cultura è stato ricacciato nella disperazione e nel caos da una devastante logica di morte, di violenza, e sopraffazione.

I responsabili delle iniziative di dialogo nei paesi mediorientali intendono chiamare a raccolta professori universitari di diversi paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo al fine di poter discutere con loro sulla via migliore per promuovere la tolleranza, questa volta non tra confessioni cristiane, ma tra religioni diverse, e comunque, tra religioni che, pur avendo radici ideali comuni e procedimenti pure vicini, si sono avversate per secoli. Ho provato a indicare nelle due occasioni in cui ho parlato, l'apporto che una rinnovata filosofia cristiana può fornire al dialogo inter-religioso e pure inter-filosofico (si veda il mio intervento al convegno libanese, già pubblicato a Beirut: Pour une nouvelle philosophie chrétienne).

CONVEGNO LIBANESE

Il mio intervento al Convegno libanese (Kaslik, 24 ottobre 2005).

Nella direzione della chiarificazione di posizioni speculative e pratiche foriere di dialogo e comprensione, in Europa e nel Mediterraneo, si muovono i miei passi. La dottrina del diritti umani, sorta in Europa nel Cinquecento, e sviluppatasi con alterne vicende, mi appare oggi il punto di riferimento per trovare sia l'identità europea che l'elemento di dialogo con i paesi del Mediterraneo, in preda a difficoltà per causa del fondamentalismo e delle incomprensioni tra fedi religiose. A proposito di questo dialogo sono convinto che esso riesca a connettere faticosamente e sul lungo periodo contrasti che il ricorso alla guerra ed alla violenza non può assolutamente che ampliare in una spirale di autodistruzione. Oggi, le bombe di Beirut e del Libano e le bombe che cadono su Israele sono il segno tangibile che il dialogo muore sotto le bombe, ma che è indispensabile per andare oltre di esse. Potenze mediorientali e Superpotenze magari pensano che la soluzione dei problemi di un'area tanto martoriata non possa venire dagli intellettuali e dagli uomini di diverse religioni, e dalle possibilità di dialogo tra di loro, magari sui fondamenti dei "diritti umani". La diplomazia e la forza stessa non vanno però molto oltre se non vi è la voglia ei comprendersi.

Su questa progettualità di ricerca e di iniziative culturali rivolte all'Europa, ma, alla fine, importanti anche per il Mediterraneo, nulla dico, perché troppo prematuro sarebbe affermare un indirizzo preciso. Nulla posso dire, perché sta crescendo in Italia una certa sordità a finanziare ricerche del tipo di questa che ho abbozzato, che dovrebbe verificare quale sentimento di identità europea sta nei giovani intellettuali che lavorano nei 25 paesi della Comunità. Inoltre rilevo che in Europa, al livello del finanziamento delle ricerche di interesse europeo, sta affermandosi una pesante burocrazia (normative complicatissime, formulari astrusi, procedure lente) che sembra appositamente eretta più per scoraggiare le richieste di contributi che per incrementarle. La situazione del finanziamento della ricerca in Italia è grave. Se non si vogliono ricacciare gli studiosi nel loro particolare ambito, e se non si vogliono perdere le preziose sinergie a livello europeo, occorre che, pur approfondendo le ragioni di un'organizzazione seria e motivata, si dia spazio ad una certa creatività di iniziative.

Beirut

Nell'ottobre 2005 Beirut, in piena ricostruzione, non riusciva ancora a celare le sue ferite di molti anni prima. Ora la città è ripiombata nella distruzione.

31. Il senso di quarant'anni di studi storici. I presupposti del credente e la metodologia dello storico  ritornaIndice (1K) 

Gli interessi rinnovati grazie all'inserzione dell'ideale di tolleranza evangelica dell'indimenticabile Thomas More nell'interesse per la crescita dell'identità europea, mi inducono, in via conclusiva, a fare alcune considerazioni sulla metodologia delle mie ricerche e sugli ideali che le hanno sorrette. Non è un caso che More sia stato proprio martire dell'intolleranza religiosa: infatti i suoi ideali di studioso si coniugavano con il suo modo di applicare le direttive in politica, e questo non poteva essere accettato dai potenti. More credeva profondamente nell'ideale e lo considerava come guida per gli uomini: tuttavia riteneva che l'attuazione del bene e della giustizia negli Stati dovesse seguire una via complessa, nella quale si dovesse fare conto con la malvagità umana. More mi appare sempre più il modello di una metodologia della politicam, che accetta il dialogo, ma anche propone la responsabilità personale del governante nei confronti del bene. More era disposto al dialogo anche con chi non condivideva la sua professione di fede, ma non era disposto al compromesso con la propria persona e con i suoi fini. Oggi come oggi, nel dilatarsi della politica e degli Stati all'Europa, molti dovrebbero essere i politici e gli intellettuali coerenti e responsabili come il Cancelliere d'Inghilterra: in ogni caso la sua visione morale e politica non dovrebbe essere dimenticata.

Come modesto studioso, che non ha mai potuto incidere in alcun modo nella dinamica della politica e del bene comune, mi interrogo (e mi sono molto interrogato) sul ruolo degli intellettuali e dei professori d'Un diversità nel loro paese ed in Europa, di fronte ai grandi mutamenti. Credo di poter fornire una piccola risposta: non si deve trascurare nell'insegnamento e nella ricerca l'impatto che idee e dottrine hanno sulle menti, sugli allievi in Università e sulle persone di buona volontà che leggono, studiano, si informano. L'intellettuale può essere letto ed ascoltato, ed interagisce su molti altri suoi colleghi: crea in tal modo una forza di pensiero e persuasione che può mettere in circolazione quelle idee, come la tolleranza, i diritti umani, il primato dell'etica, il ruolo della religione nella società e nell'individuo. Un compito come questo richiede però che l'intellettuale sia innanzitutto onesto con se stesso e con la "cosa" da studiare: in altre parole che sia imparziale e metodico. Il vero problema, a questo punto, torna ad essere quello che Santinello mi aveva proposto tanti anni or sono: l'onestà dello storico (della filosofia, delle idee, della politica: in fond lo storico tout court) dovrebbe consistere in un atteggiamento che coniughi la condizione dello studioso (che ha le proprie precomprensioni) e l'oggetto che studia (il quale richiede di essere indagato per quello che esso è, o si manifesta o si svolge). Gli ideali che improntarono l'azione politica di More non erano disumani e totalitari, ma erano legati alla realtà della condizione umana e ipotizzavano la situazione dell'homo viator e non dell'homo absoluts. Credo che sia lecito per gli intellettuali battersi ancora oggi, in Europa, perché questi dialoghi trionfino. Credo che un intellettuale debba moltiplicare i suoi sforzi, con gli strumenti della sua serietà meteodologica, per fare sì, anche con l'esempio, che la gente creda nel rispetto per l'altro, nella tolleranza, nei diritti inalienabili, nello sviluppo "compatibile" delle società e delle economie.

La domanda che mi sorge è questa: lo studioso deve essere asettico, imparziale, specialmente quando è storico? Che fine fanno le idee generatrici della sua vita? La risposta che ritengo di poter fornire valorizza sia la necessità dell'impegno intellettuale che la condizione della ricerca storica. Nell'impostare le ricerche sul "difficile rapporto" tra la Chiesa-Istituzione ed il pensiero cristiano ero sorretto da una motivazione "forte": la mia qualità di credente. Avendo indirizzato la mia attenzione sui neotomisti e su Rosmini e Gioberti, cioè su filosofi che avevano posto la loro fede come lo scopo della ricerca filosofica e come l'ispiratrice, dovevo dare una risposta al quesito: la fede religiosa cristiana può condizionare il fatto di essere filosofi? Ritenevo e ritengo che l'essere cristiani nell'intimo della propria fede non ponga in nessuna difficoltà la serietà degli studi filosofici e che sia assurdo considerare il pensatore che si dice cristiano come condizionato, e pertanto incapace di filosofare con libertà e autonomia. Nel filosofo la presenza di un presupposto speculativo, o della fede religiosa, o di una tendenza all'impegno politico, è di per sé ineliminabile.

Pure nello storico della filosofia i presupposti sono presenti, ma, in questo caso, vanno posti tra parentesi, cioè immaginati come "fuori causa", almeno nello sforzo di comprendere il filosofo che viene studiato od il movimento di cui si ricostruisce la portata speculativa. La diversità dell'atteggiamento tra l'impegno del filosofo e la "neutralità" dello storico nasce dal fatto che, se nel filosofare occorre sia sempre esplicitata dal pensatore la propria scelta di partenza, nello studio storico-critico occorre che sia inoltre attivato un atteggiamento di comprensione delle movenze del pensiero pensante in vista del pensiero pensato, tale da escludere l'adozione di una pietra di paragone sfavorevole. Lo scopo dello storico è quello di "capire l'altro", non di impostare un proprio itinerario speculativo. La decisione di studiare la filosofia cristiana non ha quindi modificato la mia metodologia, né mi ha portato fuori dall'orizzonte storico-filosofico. Anzi, tale orizzonte si è ampliato, perché mi sono trovato in grado di applicare una regola aurea che ho inteso grazie all'insegnamento di Giovanni Santinello: quanto sta attorno, in fatto di esperienze e di scelte concrete, alla personalità di un filosofo, o alla struttura di un movimento speculativo, deve essere approfondito, al fine di meglio comprendere quel nesso di filosofia e vita che è la condizione reale dello sviluppo del pensiero.

Ho interpretato di certo i pensatori cristiani con la partecipazione che nasceva dal fatto che condividevo certe loro posizioni, e cercavo anzi di trovare elementi per renderle più presentabili e fruibili. Ma non ho mai cercato di truccare le carte che esibivo, e mi sono avvalso dei documenti che trovavo. In luogo di soli testi e di ragionamenti sono ricorso a tutti i documenti possibili, al fine di capire circostanze, varianti dei testi, scelte di vita e di pensiero. Ho studiato con eguale animo il pensatore cristiano e il pensatore ateo od agnostico. Trovandomi, ad esempio, di fronte a filosofi come Spaventa e Fiorentino, o come Ardigò ed Angiulli, cioè immanentisti, positivisti, naturalisti, non ho nascosto le mie riserve sulle soluzioni da loro proposte per il pensiero italiano e per la nazione italiana. Tuttavia non ho occultato alcuno dei risultati del loro magistero come pensatori e docenti: e soprattutto non ho nascosto anche quanto di importante queste correnti speculative hanno significato per al crescita della nostra nazione e per la formazione della coscienza unitaria italiana.

Nell'ambito di un importante convegno da me organizzato e tenuto a Santa Margherita Ligure, nel 1995 (in collaborazione con l'Istituto italiano per gli studi filosofici), ho proprio sottolineato quanto tutte le correnti del pensiero dell'Ottocento abbiano contribuito a creare l'Italia che noi oggi viviamo. Si veda: Per una comprensione degli elementi ancora attuali del pensiero italiano dell'Ottocento, introduzione al volume I filosofi e la genesi della coscienza culturale della "nuova Italia" (1799-1900). Stato delle ricerche e prospettive di interpretazione, Napoli 1997. Non ho escluso nessuna componente, ed ho specificato meriti e difficoltà. Credo di aver dimostrato in quell'occasione che si può professare una visione cristiana ed insieme sapere apprezzare l'intera gamma della manifestazioni speculative che nel nostro paese, nel secolo XIX si sono espresse.

32. Assolutezza del vero e relatività delle scelte umane  ritornaIndice (1K) 

Mi sono diviso quindi tra la ricerca storica e l'impegno teorico in misura diseguale. Scritti di carattere teoretico non ne ho mai composti. Spesso in lavori storici, in certe conclusioni, hanno fatto capolino alcune mie considerazioni sui massimi problemi. Il mio itinerario di pensiero quindi non è stato in questi quarant'anni di ricerche e di personali vicende un itinerario di tipo speculativo coerente e deciso. Mi sono mosso con cautela nella teoresi, senza abbracciare alcuna filosofia in particolare, e senza pronunciarmi per l'assoluta verità di alcuna dottrina. Ancora oggi, nel momento in cui sento chiarirsi in me qualche idea, non potrei dire di essere seguace di un sistema filosofico o di un altro. Tuttavia ho acquisito alcune sicurezze e mi muovo secondo determinate coordinate. Le certezze metodologiche sopra enunciate mi sono servite anche per capire meglio le tematiche legate alla verità ed alla scelta di fede e di ragione.

Propendo per aderire come uomo di fede alle verità del Cristianesimo. Credo che si possano vagliare alla luce della ragione, pur non essendo tutte analizzabili a chiaribili con gli strumenti logico-razionali. Credo che il filosofo possa fare alcune affermazioni "forti" sulla verità di certe premesse e di certe conclusioni. Queste sono le mie attuali certezze. Possono sembrare poche, ma per me sono abbastanza. Con queste convinzioni credo di poter svolgere il mio modesto impegno di "apostolato intellettuale", avendo quale modello proprio il Venerabile Rosmini. Non che io pensi in alcun modo di imitare il più grande filosofo italiano dell'Ottocento, che coniugò sapienza speculativa e carità pratica: il mio riferimento a lui è quello di uno stile che penso condivisibile anche se non imitabile.

A mio avviso si deve e si può credere che esista una verità complessiva e totale e che ad essa ci si possa avvicinare. Determinate coordinate filosofiche sono plausibili e il fatto di allontanarsi da esse costa a chi lo fa determinati sacrifici. Mi spiego meglio con qualche esempio. Lo scetticismo è un atteggiamento comprensibile nella storia della filosofia, ma difficilmente sostenibile ad una serena analisi. Così pure l'idealismo. Strutturalmente siamo realisti e incliniamo a enunciare discorsi veri, su cose reali, esistenti e pensate, che ci comunichiamo. Nonostante ciò scetticismo e idealismo sono praticati in certi momenti ed hanno anche un fondamento, se pure in via provvisoria ed in chiave "dialettica".

Il problema più delicato è di natura pratica: la pluralità di norme di vita e di visioni del mondo fa sì che gli uomini siano chiamati a vivere insieme, in comunità, quasi obbligati a farlo, e che non riescano tuttavia ad accordarsi sull'osservanza di norme morali e giuridiche certe per la loro esistenza. Di qui il prevalere di volta in volta di diverse concezioni, e quindi il farsi strada in molti della convinzione che le norme etiche e le leggi abbiano una sorta di provvisorietà. Di qui il timore del relativismo, addirittura il panico per la professione di una concezione che considera ogni norma etica e religiosa relativa al tempo ed allo spazio. La morale cambia, si dice, e si portano avanti situazioni nuove apportate dalle variazioni nel costume dei popoli e delle società; in questo modo si ritengono minacciate le certezze assolute. Da parte di altri si soggiunge: beati quelli che hanno certezze assolute e non sono pungolati da dubbi e ripensamenti. Queste persone, proseguono questi "altri", sono alla fine felici di per se stesse, ma pericolose socialmente, perché potrebbero pretendere dagli altri eguali certezze, imponendole se questi recalcitrano o esprimono diversi orientamenti. Il fanatismo con questi personaggi è dietro l'angolo, concludono coloro i quali sostengono che il relativismo non solo esiste, ma anzi è ineludibile.

Applicherei a questi problemi il criterio prima enunciato. Esistono anche sotto il profilo pratico delle posizioni fondamentali che sono più plausibili, anche se alcune posizioni estreme o discutibili in certi momenti e sotto certi punti di vista possono apparire addirittura necessarie. Per esempio, nessuno oggi può negare che l'edonismo e l'utilitarismo siano proposte come visioni dominanti in etica e in diritto. Criterio di giudizio appare la possibilità di acquisire benessere e piacere da certe scelte di vita e di lavoro. Imperativo appare il rifuggire dolore, miseria e eccessi di responsabilità. L'imperativo di questo nostro momento storico, nella comune opinione, è di lasciarsi andare alle sensazioni ed alle esperienze, cogliendo l'attimo fuggente. La conclusione quasi necessaria è il famoso "del doman non v'è certezza". Vale a dire: si conclude che, non essendovi la verità assoluta di una visione della morte e dell'immortalità della parte spirituale di noi, l'unica scelta da fare risulta quella edonistica, o pragmatica. Questa posizione edonistica, sostenuta da una buona dose di agnosticismo, sembra quasi "necessaria" per il momento attuale. Io però ritengo che non sia, alla luce di considerazioni più generali, né praticabile né plausibile.

Mi sorge il dubbio che le persone, quando concludono che non vi sono certezze sulle norme morali, perché sono sprovviste di una loro assolutezza e non sono assolutamente cogenti od accompagnate da sanzioni o premi, confondano la certezza morale che i nostri comportamenti debbono avere una loro normatività e il fatto che tale normatività non sia in assoluto dimostrabile. In altre parole: tutti agiscono al fine di instaurare una sorta di normatività ed una certa solidità del loro scegliere, ma nessuno si trova nella assoluta certezza che veramente si possa instaurare una legge. Tutti insomma pensano di fare qualcosa di utile e di buono per sé e per gli altri, oppure ci provano a fare questo, ma poi, posti di fronte all'assoluto, sentono la vertigine di qualcosa di cui non sono certi. Siamo lacerati tra le tensione ad instaurare una norma universale e valida del nostro comportamento e il dubbio che tale norma veramente esista. Pochi si rendono conto che, essendo questa la condizione umana, non si può sfuggire ad essa negando l'assoluto.

L'atteggiamento più corretto è invece quello di accettare di compiere un "salto" apparentemente nel buio dell'assoluto. Il salto, cioè il credere all'assolutezza della norma morale, non è un salto nel vuoto e nel disordine, ma al contrario è un abbracciare l'ipotesi di un bene che può essere sempre valido, e che noi possiamo conseguire. Il fatto di postulare un bene in sé non confligge con l'affermazione che sempre i beni sono relativi a noi, allo spazio ed al tempo. Tendere ad un non-relativo non significa che si debba negare il relativo. Tutto appare relativo sotto un certo aspetto. Una struttura non relativa è una sorta di ipotesi bene fondata, che spiega la stessa relatività dei valori.

Nell'ambito teoretico ed in quello pratico siano di fronte alle stesse scelte: dobbiamo pensare ed agire nel convincimento che può esistere una verità assoluta e che la norma morale potrebbe esistere di per sé, nel mentre noi sperimentiamo la sua esistenza per noi o quasi solo per noi. Agire e pensare come se l'assoluto vi fosse non è una scelta sbagliata o sciocca: è una scelta plausibile, che rende migliore la nostra vita. Se questa scelta poi viene fatta in un contesto anche di assolutezza religiosa, questo non viene a detrimento dei nostri sforzi, ma ad accrescimento.

Questi sono i miei convincimenti. Le idee teoretiche e morali che attualmente sorreggono la mia vita ed i miei studi sono semplicemente delle opzioni e delle ipotesi con un fondamento di verità. Vorrei concludere con un esempio cruciale, che mi "espone" su un terreno importante. Se sono convinto che l'embrione congelato per la procreazione è a tutti gli effetti un uomo (una persona addirittura) in potenza, non accetto facilmente l'idea che si possano esercitare sperimentazioni relativamente alle cosiddette cellule staminali. Non oppongo un convincimento religioso o un dogma assoluto a chi obietta che la mia affermazione non è provata e ostacola il progresso della ricerca scientifica, ma svolgo il ragionamento che sarebbe meglio considerare l'ipotesi della persona umana in potenza, perché appare la più vicina ad un mondo di norme, valori e verità che unificano gli uomini e li spingono a meglio trattare i loro simili. Allo stesso modo chi ritiene assurdo procedere nell'industrializzazione selvaggia del pianeta, oppone la proibizione di procedere oltre nelle emissioni di certi gas nella nostra atmosfera non per l'affermazione di un'assolutezza ecologica, ma perché la condizione umana risulta molto migliore dal fatto di evitare il rischio di una catastrofe.

L'uso per scopi di ricerca degli embrioni, a mio avviso, rischia di imbarbarire la vita nel pianeta allo stesso modo del comportamento di chi indiscriminatamente emette per la produzione industriale gas nocivi all'equilibrio della vita. Il fatto che il risultato dell'emissione dei gas serra sia facilmente prevedibile, mentre certi risultati degli esperimenti sugli embrioni non si possono ancora ipotizzare, non toglie che in linea teorica l'umanità non debba preoccuparsi anche sulla deriva cui porterebbe il ritenere che gli embrioni sono manipolabili. A mio avviso il timore di risultati aberranti nelle sperimentazioni sugli embrioni non è solo una fissazione di teologi fondamentalisti o di filosofi superati nelle loro ontologie e antropologie. Fa parte di un comportamento equilibrato il ritenere che in sé l'embrione sia potenzialmente una persona umana. Non vedo il danno che dovrebbe derivare agli uomini nel credere vero ed obbligatorio il rispetto, in qualsiasi momento della vita, della persona umana.

33. Poche parole di congedo  ritornaIndice (1K) 

Questo per il momento è tutto. Spero che le pochissime persone che mi hanno letto:

1. mi abbiano capito, a motivo dell'essere stato io comprensibile;

2. mi compatiscano se hanno riscontrato qualche posizione difficile;

3. non si siano annoiate nel leggere tutti quei racconti su momenti cruciali della mia vita;

4. siano riuscite a leggere le parti che loro interessavano "saltando" di qua e di là e scegliendo ciò che loro piaceva;

5. vogliano interloquire con alcune cose da me dette e scritte, sfruttando la mia casella di posta elettronica;

6. si astengano dall'insultarmi se non condividono poco o nulla di quello che ho scritto o confessato;

7. mi trattino con urbanità e comprensione se hanno da contestarmi parecchio, anche radicalmente.

Luciano.Malusa@unige.it


Dipartimento di Filosofia DIF Facoltà Lettere e Filosofia
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modificato: 08/1/2007